Stasera in Francia comincia il G7, il summit che ogni anno dal 1973 riunisce sette tra le principali economie avanzate del mondo, tra cui quattro paesi europei e gli Stati Uniti. Nell’era Trump, un vertice tra paesi che rappresentano una quota sempre più piccola (anche se ancora significativa) dell’economia globale serve soprattutto come camera di contenimento: un modo per evitare che le fratture tra alleati diventino insanabili. Proprio per questo scivolano in secondo piano alcuni dei grandi dossier che dalla fine della guerra fredda il G7 ha provato a tenere insieme: il sostegno finanziario allo sviluppo dei paesi più poveri, la riduzione del peso del loro debito e, inevitabilmente viste le posizioni della Casa Bianca, la lotta al cambiamento climatico.
Il G7 conta sempre meno per l’economia mondiale (44% del PIL) ma anche l’avanzata dei BRICS sembra aver perso lo slancio iniziale. Il confronto, più che tra blocchi, sembra essere tra superpotenze, tra chi resiste (USA) e chi avanza (Cina).
Negli ultimi decenni, Cina e Stati Uniti hanno intrapreso strade molto diverse: Pechino ha puntato sugli investimenti mentre Washington su un’economia trainata dai consumi privati. Nel mezzo l’UE che, nonostante il modello più “bilanciato”, fatica a crescere.










