Un Mondiale di calcio da giocare tra la speranza di una pace duratura e l'incubo di una guerra che sembra non finire mai. È l'incredibile destino della nazionale dell'Iran, alle cui vicissitudini geopolitiche per un po' si erano legate le false suggestioni di vedere ripescata l'Italia.
Il peso della guerra con gli Usa
Dal giorno dell’attacco di Usa e Israele a Teheran, tra risposte missilistiche iraniane ed escalation militare, la presenza del ‘Team Melli’ al Mondiale – al quale si è qualificato come prima squadra in ordine di tempo – è rimasto a lungo sospeso. Troppo tesi i rapporti tra Whashington e Teheran, nonostante i tentativi di Infantino di fare del calcio strumento diplomatico.
La Fifa ha tenuto il punto sul diritto dell’Iran a giocarsela sul campo, anche se le luci di tutto il mondo saranno puntate su quel che accade fuori: il ritiro della squadra previsto in Arizona è stato spostato a Tijuana, in Messico, ma le tre partite della fase a gironi siano previste tutte in territorio statunitense, la prima il 15 giugno con la Nuova Zelanda a Los Angeles, poi col Belgio ancora in California (21 giugno) e infine a Seattle contro l'Egitto (26).
Una scelta che, secondo la Federcalcio iraniana, dovrebbe evitare complicazioni burocratiche legate ai visti e ai viaggi, anche se le autorizzazioni hanno faticato stentato ad essere concesse: il campanello di allarme era suonato quando al presidente della federcalcio, Taj, atteso dal congresso Fifa a Vancouver, era stato negato il visto dalle autorità canadesi: il motivo, il suo passato nei pasdaran. La squadra resterà comunque collegata alle sedi delle partite negli Usa, spostandosi ogni volta dal Messico. Inevitabile che ogni passo della nazionale iraniana sarà valutato i termini di propaganda, pro o contro che sia
















