L’Iran è arrivato al confine, quello di Tijuana con un muro a dividere il Messico dagli Stati Uniti e anche nella terra di nessuno che è il Mondiale per questa nazionale. Tra San Diego e la guerra, tra le partite e i visti a scadenza. Qualificati, tollerati, sorvegliati, selezionati per rappresentare un potere solo in teoria abbattuto proprio dal Paese dove stanno per giocare. Sospettati di nascondere spie o peggio tra analisti e addetti stampa, non tifati da tanti esuli perché accusati di rispondere al regime, però attesi a Los Angeles dove c’è la più numerosa comunità iraniana fuori dalla patria e in questi giorni pure la più tormentata. Un groviglio. Chi non sopporta nemmeno di vedere la bandiera della Repubblica islamica, chi comunque vuole sostenere una squadra che inevitabilmente porta in trasferta anche una appartenenza, radici, storie personali e non solo propaganda ufficiale. Con un piede da una parte e uno dall’altra, in un equilibrio impossibile. E in mezzo a questi contraddizioni, l’Iran diventa pure altro: il simbolo dei reietti dentro il torneo che si è sempre vantato di unire, di aprire, di sciogliere nodi. Invece qui si attorcigliano.
La squadra ha avuto i visti, tredici componenti del gruppo no. Le pratiche sono ancora in discussione, ma è difficile che il governo degli Stati Uniti accetti certe cariche legate a più livelli alla guardia della rivoluzione islamica. L’entità contro cui Trump combatte e non è il solo, però è il presidente che ha deciso di bombardare e ha usato l’ipotetico aiuto alla popolazione oppressa come motivazione. Invece nulla è cambiato, se non i vertici. Persone sostituite da altre con le stesse idee. L’Iran si muove dentro il caos e su uno degli incroci più intricati che lo sport abbia visto: non si tratta solo di due parti o due convinzioni contrapposte o di stati su fronti diversi che il calcio, magari a tempo, ha la forza di dribblare. È un nido di istanze, un labirinto di dichiarazioni, emozioni, pretese. I giocatori sono partiti dalla base turca di Antalya, hanno baciato il Corano prima di salire sul volo: difficile capire se lo hanno fatto tutti. L’unico non musulmano (o almeno non noto per esserlo) è Dennis Eckert tedesco naturalizzato iraniano, attaccante dello Standard Liegi che sulla maglia porterà il nome Dargahi. Fresco di un passaporto avuto grazie alla parentela, tra cui la zia, attrice famosa. Lui nel torpedone dei saluti per il video teocratico stava in fondo, la sequenza si ferma prima del suo passaggio. Un altro pezzo del puzzle che non si incastra da nessuna parte e l’immagine di questa squadra resta un enigma. Il gruppo non ha di sicuro una visione compatta e ha come unica certezza la coesione. Divisi da tutto e su tutto, eppure compagni in questa indefinibile avventura: «Quel che sta fuori dal nostro spogliatoio non possiamo controllarlo», parole ovvie e necessarie.














