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Il viaggio in Spagna di papa Leone XIV che si è concluso il 12 giugno era molto atteso per due motivi. Il primo è che si è svolto dopo la pubblicazione della sua prima enciclica, un testo per vari aspetti molto politico e programmatico del suo pontificato. Il secondo è che il paese scelto è diventato negli ultimi anni uno dei più avanzati d’Europa sui diritti civili, molto aperto in tema di politiche migratorie, e anche assai critico verso la politica estera degli Stati Uniti. Cosa avrebbe detto Leone, reduce da mesi di confronto a distanza con Trump, sulla guerra e le politiche migratorie? E cosa su aborto e fine vita?

Leone ha dato delle risposte, chiarendo il suo profilo politico e anche quello dottrinale. Ha però deluso chi, tra i fedeli, si aspettava qualche parola sugli scandali sessuali che hanno riguardato il clero spagnolo. Ha insomma esposto e confermato una sorta di suo metodo che aveva già mostrato in questi primi mesi di pontificato: deciso sui temi di politica internazionale, molto prudente su quelli più strettamente legati alla Chiesa.

Nel discorso più atteso, quello al parlamento spagnolo, Leone ha ricevuto un fragoroso e trasversale applauso di sette minuti, ma senza accontentare fino in fondo nessuno. Ha esordito ringraziando re, governo e parlamentari per «la fedeltà al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace». Ha ripetuto che il diritto internazionale è l’unica via per «risolvere le controversie tra gli Stati». E già sul volo verso Madrid aveva detto che l’intervento armato degli Stati Uniti in Iran non può essere giustificato con l’idea della “guerra giusta”, perché quella teoria «proviene dai secoli passati quando non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione di cui si dispone oggi».