di
Greta Privitera
L’effetto immediato, se tutto regge, è una pausa di sessanta giorni nei combattimenti. Prevista nel pacchetto anche la riapertura di Hormuz
Gli Stati Uniti e l’Iran hanno trovato un’intesa che non chiude la guerra, ma apre una porta perché possa davvero finire. È un primo compromesso, ancora secretato, che dovrebbe essere firmato venerdì a Ginevra. L’effetto immediato, se tutto regge, è una pausa di sessanta giorni nei combattimenti. La tregua vale per tutti i fronti aperti in questi mesi, dalle rotte del Golfo alle colline del Libano. Nel pacchetto rientra anche la riapertura dello Stretto di Hormuz, il rubinetto dell’energia che l’Iran ha usato come arma: i porti iraniani verrebbero sbloccati, le navi americane fatte arretrare, le petroliere tornerebbero a passare. È abbastanza perché i mercati tirino un primo sospiro di sollievo.Il grosso, però, viene dopo. Quei sessanta giorni sono un cronometro. In questo tempo le delegazioni dovranno affrontare ciò che finora ha fatto saltare tutti i tentativi: il programma nucleare iraniano, l’architettura delle sanzioni, le garanzie reciproche perché nessuno si ritrovi tra qualche anno al punto di partenza. Tutto quello che ha incendiato il Medio Oriente viene spinto in questa «fase due». Se fallisce, la tregua si sbriciola; se funziona, può trasformarsi in qualcosa di più solido.Il tavolo non è nuovo, lo hanno già alzato e rovesciato più volte. Adesso gli stessi attori ci tornano con un memorandum in 14 punti che fissa le linee rosse minime. Da venerdì, se la firma arriverà davvero, inizierà la salita. La scaletta di quei due mesi è già impostata: al centro c’è l’atomo, quasi nient’altro. Missili balistici, Hezbollah, Hamas restano ai margini. Trump mette sul piatto la disponibilità a riconoscere a Teheran un programma nucleare civile - versione riveduta del Jcpoa Act che lui stesso aveva affossato - chiedendo in cambio che la starda verso la bomba resti sbarrata. Washington vuole un lungo periodo di «congelamento» dell’arricchimento, Teheran ne propone uno molto più corto. Il compromesso, se mai arriverà, passerà per un numero di anni ancora da decidere.Sul fronte opposto il regime iraniano si presenta al tavolo con i conti in rosso. Servono soldi, ma anche riconoscimento politico. Gli uomini di Mojtaba Khamenei chiedono lo sblocco dei fondi congelati all’estero (24 miliardi) e una boccata d’ossigeno per un’economia stremata. La risposta americana è una formula che alla Casa Bianca definiscono «accordo a prestazioni»: prima le mosse verificabili - riduzione delle scorte di uranio, riapertura sicura dello Stretto, freno ai flussi di armi verso le milizie - poi, solo a obiettivi raggiunti, gli sconti su sanzioni e risorse.Il punto più delicato resta il Libano. Per Teheran non esiste un accordo che non comprenda anche Hezbollah. Se il cessate il fuoco deve avere un senso, dicono, deve fermare anche le bombe su Beirut e sul sud del Paese. A Gerusalemme l’aria è l’opposto. Il ministro della Difesa Israel Katz e Benjamin Netanyahu rifiutano l’idea di un ritiro «politico» delle truppe e ribadiscono che l’Idf resterà nelle «zone di sicurezza» in Libano, Siria e Gaza «senza limiti di tempo», linea che - spiegano - è stata chiarita a Trump e ai vertici americani. «Se l’Iran attacca Israele per ciò che accade in Libano, lo colpiremo con tutta la nostra forza», ha avvertito Katz.A destra, nel governo israeliano, c’è chi va oltre. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben‑Gvir liquida l’intesa come irrilevante: «L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti. Siamo un Paese indipendente e sovrano». Aggiunge che Israele non è «una repubblica delle banane», che non intende ritirarsi «da alcun territorio» conquistato dai suoi soldati e che «non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo». «Non dobbiamo scendere a compromessi sullo smantellamento di Hezbollah, sul ritiro dai territori che i nostri soldati hanno conquistato. Ogni lancio contro Israele dal Libano comporterà un attacco israeliano a Dahieh».Dello stesso tenore le parole del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, secondo cui «l’accordo con l’Iran è negativo per Israele e per l’intero mondo libero. Punto». «Dovremo continuare autonomamente la campagna per il rovesciamento del regime, anche con mezzi non convenzionali, e assicurarci che l’Iran non disponga mai di armi nucleari», scrive su X, spiegando che in Libano «saremo messi alla prova» e che nessuno dei possibili futuri premier sarebbe in grado di reggere «neanche il dieci per cento» della pressione di questi giorni.Da Teheran il controcanto è affidato al ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi, che nelle telefonate con i colleghi di Turchia, Iraq ed Egitto avverte che per l’Iran è «necessario che venga posta fine in modo definitivo all’aggressione e agli attacchi destabilizzanti» di Israele in Libano. Nel parlare della situazione sul fronte nord, Araghchi richiama anche «la responsabilità degli Stati Uniti nell’attuazione dell’accordo» raggiunto con Teheran.Intanto la partita del negoziato si sposta in Qatar. Prima di arrivare alla firma di Ginevra, le delegazioni di Stati Uniti e Iran si vedranno a Doha per un nuovo giro di colloqui preparatori. Una fonte diplomatica racconta che i mediatori del Qatar hanno lasciato Teheran dopo «17 ore di intensi negoziati», cominciati domenica e chiusi con l’annuncio dell’intesa. Nel frattempo, però, il cielo sul sud del Libano resta acceso: media locali segnalano «nuovi raid israeliani» nelle prime ore del mattino, con droni e bombardamenti su diverse località e «qualsiasi movimento» preso di mira nei dintorni di Nabatiyé el‑Faouqa, Kfar Tebnit e Mayfadoun.L’Europa prova a ritagliarsi un ruolo. Regno Unito, Francia, Germania e Italia (E4) sono pronte a revocare alcune sanzioni contro l'Iran, dicono. Da Madrid il ministro degli Esteri José Manuel Albares definisce «un’eccellente notizia» l’accordo e la riapertura di Hormuz e parla di «una grande opportunità affinché l’intero Medio Oriente avanzi nella pace e nella stabilità». «Serve un cessate il fuoco anche in Libano, garantendo la sua sovranità e la sua integrità territoriale», aggiunge, proponendo «una missione dell’Ue forte e robusta che possa prendere il posto dell’Unifil alla sua scadenza».Giorgia Meloni, in una dichiarazione, insiste su due punti: «I principi del memorandum d’intesa tra Usa e Iran sono chiari: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita. Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz».A Teheran, infine, guardano anche al Palazzo di Vetro. Secondo l’agenzia Mehr, «l’accordo finale tra Iran e Stati Uniti dovrà essere ratificato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite»: un modo per blindare sul piano giuridico ciò che oggi esiste solo come bozza politica.La tenuta di questa architettura dipende dalla fiducia, che qui è ai minimi termini. Washington dovrebbe frenare l’alleato israeliano, Teheran trattenere Hezbollah, Israele accettare un vincolo esterno a cui si sente estraneo. Sessanta giorni, in questo quadro, sono lunghi e brevissimi insieme.













