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La proposta di subordinare la presenza degli editori a Più Libri Più Liberi alla firma di una dichiarazione antifascista è l’ennesimo caso di un riflesso sempre più diffuso in parte del mondo culturale italiano: proclamarsi custodi della Costituzione per poi tradirla, usandola come un marchio di appartenenza e un criterio per stabilire chi possa stare nello spazio pubblico e chi no. L’articolo di riferimento della Carta è il 21 che dice: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Tutti, non soltanto i cittadini italiani. Qui i costituenti hanno usato una parola più ampia, perché la libertà di espressione appartiene alla persona prima che al membro riconosciuto della comunità politica. Il free speech è uno dei fondamenti della democrazia liberale.
Quel «tutti» vale soprattutto quando dà fastidio. Per le parole innocue e conformi non serve una garanzia costituzionale. La libertà di manifestare il pensiero serve invece proprio quando qualcuno dice cose sgradevoli o addirittura detestabili. Intendiamoci. Una democrazia ha il diritto di difendersi e il fascismo, in Italia, non è una nostalgia come un’altra. Non a caso, esistono la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino. Il confine è già tracciato e riguarda le condotte incompatibili con l’ordine democratico. Chiedere un bollo morale a chi partecipa a una fiera del libro non rafforza quel confine. Lo sposta, dai comportamenti alle opinioni.










