Una Torino impoverita ma forte. In crisi ma resiliente. Capace persino di trasformare la sfida migratoria in opportunità di crescita. È la città dell’arcivescovo e cardinale Roberto Repole. La racconta prima di salire sul palco largo e assolato della Festa dei popoli, in piazza Maria Ausiliatrice. «Le crisi, comprese quelle economiche, provocano l’impoverimento di una fetta consistente di popolazione - dice ai cronisti dal cortile della basilica - e su questo dobbiamo vigilare. Allo stesso tempo, nella chiesa e in altre realtà sociali c’è grande attenzione all’integrazione e alla solidarietà. È il nostro fiore all’occhiello». Che cos’è la Festa dei popoli D’altronde, nei due grossi cortili ai lati della basilica di Valdocco - una volta teatro dell’attività pastorale di don Bosco - ci sono danze africane e asiatiche in successione. E duemila persone che applaudono e ballano. Le hanno portate a Torino le pastorali migranti di tutto il Piemonte, coordinate dall’associazione Migrantes, per parlare di pace. L’evento viaggia di anno in anno in una provincia diversa. Ieri è toccato a Torino, e la chiusura delle celebrazioni è stata affidata nel tardo pomeriggio a Repole, al sindaco Stefano Lo Russo e al vicepresidente della Regione Maurizio Marrone, sullo stesso palco davanti alla basilica insieme alle comunità etniche torinesi. Come le migrazioni hanno influenzato la crescita di Torino È il culmine di una domenica fatta di grandi tavolate di cibi speziati, coreografie recitate in casacche rosse e nere, volti colorati da trucchi e maschere che raccontano l’impatto culturale delle migrazioni. «Che hanno portato talvolta scontri con chi era già qua - riflette Lo Russo - anche se la città è sempre riuscita ad attingere la sua linfa e la sua forza dal meccanismo migratorio». C’è anche spazio per una frecciata a chi parla di remigrazione. «Tema antistorico e ingiusto» dice il sindaco. Guarda le foto della festa