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Il cimitero di Amendolara

Pluriomicidio di Amendolara: si resta in attesa dell’esito dell’esame del Dna e poi le salme degli afghani Amin Fazal Khojani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Safi Layjad, 27 anni, e del pachistano Waseem Khan, 29 anni, saranno imbarcate per l’ultimo viaggio nel loro Paese d’origine. Dopo l’esame necroscopico sui resti carbonizzati dei quattro braccianti agricoli, effettuato dall’anatomopatologo Biagio Solarino e dalla sua équipe, tutti provenienti dall’Istituto di Medicina legale dell'Università “Aldo Moro” di Bari, i parenti delle vittime che sono già da giorni in Italia (all’appello mancherebbero solo i congiunti di Ullah Ismat Qiemi, nessuno al momento avrebbe reclamato la sua salma), prima di rimpatriare, dovranno necessariamente conoscere i dati ufficiali delle analisi sulle informazioni genetiche dei rispettivi familiari.

Nel frattempo il Consolato italiano in Afghanistan è al lavoro per rintracciare la famiglia del più giovane islamico perito nel terribile rogo insieme ai suoi colleghi all’interno della Fiat Ulisse con la quale si spostavano per andare a lavoro. E anche sulla vettura le indagini sarebbero in corso, perché sembrerebbe che la stessa fosse di proprietà di uno dei presunti assassini, da giorni assicurati alla giustizia e rinchiusi in una cella di contrada Petrosa, nella Casa circondariale di Castrovillari. Se così fosse, considerando l’importanza del mezzo di trasporto e dei proventi che garantiva quotidianamente, indipendentemente dal suo valore, perché Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni, avrebbero scelto di dar fuoco agli operai dell’Asia meridionale, nel loro minivan, consumando innanzitutto una vera e propria tragedia, ma creando un danno materiale a loro stessi? Un interrogativo che merita risposte.