Tra il 1927 e il 1985 Barbara Stanwyck è apparsa in ottantaquattro film, più quattro film per la tv, una mini-serie e diverse serie televisive. La sua etica del lavoro era leggendaria e i registi la amavano, ma la quantità dei titoli e la varietà dei generi hanno in parte oscurato la qualità di tante memorabili performance: l’incandescenza che sembra illuminarla da dentro, la naturalezza con cui si muove tra i poli opposti della furia e del rimorso, della ragazza perduta e della penitente. Certe stelle della sua generazione, Bette Davis, Katharine Hepburn o Joan Crawford, possono aver brillato su un più alto piano astrale, ma la sua luce interiore è durata più a lungo, e ha fatto di lei la segreta favorita di molti cinefili.

I personaggi di Stanwyck sono spesso giovani donne che sanno quel che vogliono: la vita le ha messe a dura prova, e sono disposte a tutto pur di migliorare la propria condizione. C’è sempre in queste toste ragazze un fondo di amarezza, cui Stanwyck attingeva come da una memoria naturale.

Nata Ruby Stevens a Brooklyn, da una squattrinata famiglia di discendenza scozzese e irlandese, la sua fu un’infanzia tribolata. La madre morì in un incidente quando Ruby aveva quattro anni, il padre l’abbandonò pochi mesi dopo, la bambina fu separata dall’adorato fratello e passò da una sistemazione all’altra.