di
Greta Privitera
«Road map» dopo la firma. Il regime: scongelate i 24 miliardi
Lo hanno fatto deragliare, allungare, lo hanno chiuso. Lo hanno anche annunciato e poi fatto saltare, a Islamabad, qualche settimana fa. Eppure su quel tavolo ormai scalcinato, tra americani e iraniani, si tratta ancora, e adesso, sul serio. Sessanta giorni. Tanto durerà il negoziato che separa la Repubblica islamica e gli Stati Uniti da un accordo di pace, e dovrebbe cominciare oggi, dopo che le due delegazioni hanno firmato — in via digitale — il memorandum d’intesa. Non si tratta di un accordo vero e proprio, ma di un biglietto d’ingresso alla fase due, che mette nero su bianco il minimo comune tra gli avversari: la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco americano sui porti iraniani, l’estensione per altri sessanta giorni della tregua firmata ad aprile. Da oggi, comincia la salita.
La road map di quei sessanta giorni è già scritta. Si parlerà di nucleare, e quasi soltanto di quello. Non di missili balistici, non di Hezbollah, non di Hamas. Trump le sue concessioni sembra averle già messe sul tavolo. Pare che riconoscerà alla Repubblica islamica il diritto a un programma civile, sul modello di quell’accordo del 2015 che lui stesso aveva fatto a pezzi, il Jcpoa di Barack Obama. In cambio pretende la garanzia che a Teheran non resti la strada spianata verso l’atomica. Washington ha chiesto vent’anni di sospensione dell’arricchimento, Teheran ne ha offerti cinque, il punto d’incontro starà nel mezzo, forse dieci. Gli ayatollah si impegnerebbero a non oltrepassare la soglia del combustibile civile, lontana da quel 90 per cento che serve a una bomba, e a consegnare i suoi quattrocentocinquanta chili di uranio arricchito al 60, diluiti e sorvegliati dagli ispettori dell’Agenzia atomica. La strada più probabile è l’esportazione: già nel 2015 l’Iran aveva spedito alla Russia il 98 per cento del materiale, e Mosca potrebbe fare di nuovo da magazzino. Trump, a volte, alza la posta e lascia intendere che tra i suoi sogni c’è quello di distruggere del tutto quella che lui chiama la «polvere nucleare».













