Il suo lavoro, ripete, è «tenere il molo pulito». Lo ha spiegato anche al segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, che qualche giorno fa gli ha telefonato. «Ha detto che mi vede sempre al telegiornale quando ci sono le immagini degli sbarchi. Dice che quando il 4 luglio arriva papa Leone qui a Lampedusa mi vuole incontrare». Giuseppe Loverde, 59 anni, è l’uomo del molo Favaloro: il custode di quei sessanta metri dove approdano le imbarcazioni dei migranti che hanno attraversato il Mediterraneo, il piccolo ponte sgarrupato tra l’Europa e l’Africa dove si infrangono tutte le storture delle politiche italiane ed europee. Proprio come le barche dei naufraghi che infatti sono abbandonate lì accanto, a pezzi, dopo le traversate. Lui, però, «tiene pulito»: e dentro a queste due parole ci sono le donne ustionate dal carburante che ha sorretto a spalla perché facevano fatica a camminare. Il suo telefono che ha prestato mille volte, «appena scesi vogliono dire alle famiglie che sono vivi, e io che cosa dovrei fare? Gli dico tieni il mio, chiama». C’è la carta igienica che manca sempre, e infatti «faccio la scorta quando ci sono le offerte al supermercato». Ci sono anche tre faretti a led, che lui e sua moglie Lucia hanno acquistato di tasca propria qualche mese fa, quando l’isola era spazzata dal ciclone Harry e «il molo è rimasto al buio, il mare si era portato via pure le panchine. Così, a ogni sbarco, dovevamo chiamare i vigili del fuoco perché illuminassero il molo con i fari, altrimenti non si vedeva un accidente. Sono andato tante volte a dirlo in Capitaneria, ma non succedeva niente. Alla fine mi sono stufato e i faretti me li sono comprati».Non succedeva niente nemmeno a questo braccio di cemento vicino alla spiaggia della Guitgia dove qualcuno ha scritto sul muro “Proteggere le persone, non i confini”, che da almeno vent’anni è la prima porta d’Europa. Adesso invece ci sono i lavori in corso: sarà rimesso a nuovo - con un investimento di circa 450 mila euro - per l’arrivo di papa Leone (anche se i lavori – sottolineano a Lampedusa - erano già previsti). Così, il Favaloro cambierà pelle e anche nome: sarà intitolato a papa Francesco che venne qui l’8 luglio 2013, come prima visita del suo pontificato, e proprio al molo salutò i migranti uno per uno, accolto da canti africani. Un messaggio potente che qui non è stato dimenticato: e infatti l’isola è ancora tappezzata con la sua immagine esposta alle finestre e ai balconi, sui pali della luce. La visita del pontefice Leone XIV accenderà per un breve momento i riflettori sull’isola dove – solo poche settimane fa - una neonata sbarcata con la madre è morta di freddo. Eppure gli arrivi fanno sempre meno notizia, mentre il contesto internazionale si fa più fosco: aumentano i casi di barche in pericolo che restano senza risposta, come denuncia l’ultimo report di Emergency “Contro corrente”, che rileva una «maggiore presenza e aggressività della Guardia costiera libica, un incremento delle intercettazioni con modalità violente e dei respingimenti illegali verso Libia e Tunisia». Solo nel 2025, oltre 26.900 persone sono state intercettate in mare e respinte con la forza in Libia. Secondo gli ultimi dati Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’anno scorso 2.185 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo: di queste, 1.330 solo sulla sua rotta centrale. Giuseppe racconta che prima non si interessava di «queste cose». «Ho fatto il pescatore, il muratore, il pizzaiolo». Al Favaloro ci è arrivato per caso, sette anni fa. «Lavoravo con la ditta Campione, sistemavamo l’illuminazione al centro di Lampedusa. Poi l’azienda si è aggiudicata l’appalto della gestione del molo e io sono passato a lavorare qui». Giuseppe ha ricordi confusi del primo sbarco: «Ce n’erano tutti i giorni, non c’era tempo di pensare. Però ti scatta dentro qualcosa. Quando le persone ti guardano negli occhi non puoi non aiutarle». Ricorda ancora un ragazzo. «Piangeva sul molo e mi faceva segno dalle spalle. Avevo scoperto che prima di partire molte persone vengono frustate, così pensavo che si trattasse di questo. Invece, quando ho sollevato la maglietta, ho visto che era ustionato per il carburante: si staccava la pelle». Giuseppe prima lavorava con un collega: che a un certo punto non se l’è più sentita. «Capita che certe barche restino alla deriva anche per tre giorni. Quando ci sono i cadaveri non ti abitui mai. Però no, non ho mai pensato di mollare: lo faccio con tutto il cuore questo lavoro». Così un anno fa Giuseppe ha coinvolto sua moglie, Lucia D’Ippolito: «Lei già veniva a dare una mano come volontaria, dunque è stato naturale. Ora lavoriamo insieme». Sul molo, però, accadono «anche cose belle»: «Due mesi fa una signora somala ha partorito: a bordo della vedetta della Guardia costiera. È andato tutto bene, e dopo mezz’ora era qui che camminava sul molo. Ha avuto una bambina». Gli chiedo se ha pensato a cosa dirà, al Papa, quando lo incontrerà. «Che gli dirò? Dei bagni. Qui al molo sono pochi, due per le donne e quattro per gli uomini. Spesso manca l’acqua, la butto io con i secchi. La carta igienica non c’è mai, la compriamo io e mia moglie. Ecco, questa è la cosa più importante: perché appena sbarcano, queste persone devono poter andare in un bagno pulito, o no?».