Il mare è lì, appena dietro il Papa, con le barche ormeggiate. Leone XIV si ferma di fronte alle acque dell’oceano Atlantico su cui si allunga il porto di Arguineguín. È la cittadina di pescatori e oggi anche di hotel turistici dell’isola di Gran Canaria da cui il Pontefice comincia le due giornate nell’arcipelago delle Canarie dove atterra a fine mattina: ultima tappa del suo viaggio apostolico in Spagna. La banchina che percorre fino al palco è il «molo della vergogna», come gli ricorda il vescovo delle Isole canarie, José Mazuelos Pérez. Stigma che si porta dietro dal 2020 quando a 3mila migranti, arrivati in meno di una settimana dall’Africa, era stato impedito di entrare per l’emergenza Covid. Leone XIV mostra l’anello del Pescatore, il “sigillo” del Papa, che, spiega, «come potete vedere, ho alla mano». E subito aggiunge: «Qui vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte». Intorno a sé ha i migranti. «Uomini, donne e bambini che, seguendo la rotta Atlantica, una delle più pericolose al mondo, sono arrivati su cayucos e pateras», racconta il vescovo. Sono i nomi delle carrette del mare, tutti in legno, che «partono soprattutto da Senegal, Mauritania, Gambia, Mali e Marocco, compiendo itinerari che possono superare i 1.600 chilometri». E l’approdo è una delle isole delle Canarie. Per questo Leone XIV sceglie di visitarle, facendo proprio un progetto che era anche di papa Francesco. E per questo si ferma fin da subito nel porto di Arguineguín.Papa Leone XIV nel "porto della vergogna" dell'isola di Gran Canaria dove sono stati respinti 3mila migranti / REUTERS«Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare». Perché, accusa il Papa, «la dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». E chiama in causa l’Europa «che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi». L’approccio è duro quando si rivolge agli Stati e alla politica, dando voce agli stessi protagonisti delle traversate. «Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».Porti che si chiudono. Muri che vengono alzati. Confini che si intendono di sigillare. Accordi economici sulla pelle degli ultimi. «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute – fa sapere Leone XIV –. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Le Canarie lo sanno bene. Più di 250mila gli sbarchi in trent’anni. E il picco nel 2024 quando avevano raggiunto quota 47mila mentre i morti in mare erano stati 10mila. Per questo il Papa compie un gesto simile a quello con cui si era aperto il pontificato del suo predecessore a Lampedusa (dove Leone XIV andrà il 4 luglio): getta in mare una corona di fiori per ricordare le vittime dei viaggi della speranza e si raccoglie in preghiera davanti all'oceano. «Non possiamo abituarci a contare i morti», ammonisce.All'isola Gran Canaria, sul "porto della vergogna", papa Leone XIV in preghiera per i migranti morti nell'oceano / REUTERSIl porto è in un piccolo golfo. Sole a picco. Più di trenta gradi. E accanto al palco papale la nave arancione di “Salvamento Marítimo”, l’«organismo pubblico dedito al salvataggio di vite in mare», gli spiega il capitano Tito Villarmea, che gli racconta di aver «soccorso più di 20mila persone: un numero che fa male e che non si dimentica». «Qui – afferma il Pontefice – giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare», ammonisce. Sulle banchine, dove lo abbracciano centinaia di fedeli, il Papa ascolta le storie di chi ha sfidato la sorte in mezzo all’oceano e di chi accoglie a terra. Fra loro non c’è, per ragioni di sicurezza, la nigeriana Blessing, ma viene letta la sua testimonianza in cui la donna confida di aver lasciato «il mio Paese non perché lo volevo, ma perché non c’era altra scelta: procurarsi da mangiare era quasi impossibile» e che soprattutto racconta il suo inferno lungo la rotta atlantica: la «mafia» che la imprigiona per «sei mesi per poter partire, senza quasi mangiare», lo stupro durante il viaggio quando «sono rimasta incinta di un uomo della mafia», il sequestro del figlio non appena arrivata in Spagna «per costringermi a prostituirmi» fino all’arresto degli aguzzini e all’«aiuto della Chiesa». «Nelle tue parole – le dice il Papa – sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada». Poi il messaggio che «vorrei arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile». Certo, Leone XIV mette in guardia i più fragili da pericoli e lusinghe: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte». E l’accusa: «Si aggirano in questi mari mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio». Da qui il richiamo anche a una parte del mondo cattolico, critico per la costante attenzione al fenomeno migratorio. «L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre”». Così si fa monito anche la benedizione di una croce realizzata con il legno di un’imbarcazione di migranti, a fianco dell’immagine della Madonna del Carmelo collocata sul molo.Alla politica il Papa indica la rotta: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra». E torna sulla necessità di avere «il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». Guai – è l’auspicio – se la storia «debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità».