Il viaggio è breve, appena 10 minuti: questa volta gioco in casa. Lascio l’auto all’uscita dell’autostrada, in fondo alla valle, e mi incammino verso il paese che mi osserva dall’alto. In mezz’ora dovrei essere su, spero di non aver fatto tardi. Ai bordi della strada crescono canne, paglia di fiume e ailanti. Se ci fosse grano, sarebbe quasi maturo. Mi volto a guardare ogni macchina che sale. Cammino sperando di prendere un passaggio. Qualcuno mi riconosce e mi saluta. Ricambio, anche se avrei preferito un passaggio. Sono quasi a metà strada, quando un’auto si ferma e mi carica a bordo. In macchina si scherza su tutto, anche sulla mia scelta di lasciare la mia auto lontano dal paese. «Devo andare via subito dopo la festa e mi è più comodo averla vicino al punto di arrivo».
La piazza, la chiesa e le verginelle
Nella piazzetta della chiesa mi trovo subito circondato da facce amiche. Antonio e due ragazzi suonano già a un angolo della strada. La banda si prepara e comincia a radunarsi la folla. Entro in chiesa a dare un’occhiata e mi trovo davanti un cospicuo numero di bambine col capo cinto di corone di fiori di diversi colori. Sono le verginelle: quest’anno sembrano molto ben organizzate. In chiesa, le donne cantano in dialetto davanti alla statua. Non che gli altri anni non si cantasse. Quest’anno, però, sembra tutto molto ben coreografato. La statua si erge al fianco dell’altare, una mano sul seno scoperto e l’altra che regge il Bambino, che a sua volta le tocca il seno. Gli abitanti della zona sono molto devoti alla Madonna delle Grazie: c’è una statua col seno scoperto quasi in ogni paese. Ogni tanto rintoccano le campane a festa. Torno sul sagrato a vedere se sono arrivati altri amici.










