Si cammina in rigoroso silenzio lungo il crinale delle colline della Valconca, verso il Teatro Dimora di Mondaino. Fa parte delle regole: non si parla, non si fuma, non si fanno foto. Ci si purifica dal mondo, lo si lascia alle spalle, per entrare nella dimensione del rito richiesta da Undersang del norvegese-giamaicano Harald Beharie. È uno dei lavori più interessanti visti nel weekend di chiusura del festival di Santarcangelo, edizione numero 56, intitolata deep pressures.

La camminata, con alcuni tratti impervi, fa sorgere domande: come ci si accorda con gli altri, nella mancanza della parola? Come trovare un ordine, una modalità di convivenza? Che il linguaggio sia il fulcro dello spettacolo site-specific appare chiaro quando ci si siede sulle tribune sparpagliate nella sala grande del teatro, abitualmente abitato da artisti in residenza che lì espongono i germogli dei loro lavori.

SETTE PERFORMER entrano man mano nello spazio scenico. I corpi fremono al ritmo dei versi ripetuti che escono dalle loro bocche. Sono esseri umani di un passato remoto, prima che la parola si articolasse, oppure del futuro, come l’abbigliamento di pelle cyberpunk potrebbe far pensare? In effetti, si tratta di umani? Lo spettacolo non dà risposte ma cresce di intensità man mano che i versi diventano sempre più distintamente dei gemiti. È allora un rito orgiastico quello in cui ci troviamo coinvolti. Eppure i corpi, ormai madidi di sudore, si toccano solo occasionalmente. I segni e i materiali fisiologici dell’accoppiamento ci sono, ma non dove ce li aspettiamo. È dunque una profonda dis-articolazione ad essere evocata da Undersang, forse necessaria per la convivenza della comunità queer e multietnica a cui i performer sembrano afferire, dove le «vecchie» lingue non sarebbero più uno strumento adeguato alla comunicazione di valori nuovi.