Il caro-biglietti è colpa di un sistema dove l’artista incassa prima di esibirsi. E il fan diventa fideiussione vivente. In più negli stadi i prati restano transennati per dividere i ricchi dai poveri. Così l’anima popolare dei live è morta.
Altro che atto d’amore. Mettersi in coda per un biglietto di Annalisa al suo primo San Siro, o per una data di Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Irama e Geolier, è ormai una transazione finanziaria ad alto rischio. Per guardare un concerto estivo oggi serve lo stesso budget di un weekend lungo in Europa: il caro-biglietti è l’effetto collaterale di una catena di montaggio dove l’artista incassa prima ancora di salire sul palco e il fan fa da fideiussione vivente.
Garanzie finanziarie con anticipi milionari
Il cortocircuito economico nasce a monte, nella logica degli anticipi milionari pretesi dai manager. Funziona così: lo streaming ha ridotto il mercato discografico a un sottofondo da 10 euro al mese che riempie le pance degli algoritmi ma lascia le briciole alle produzioni, trasformando i tour nell’unica vera cassaforte. Gli entourage lo sanno e impongono ai promoter garanzie finanziarie da versare sull’unghia per blindare le date. Agli organizzatori locali non resta che fare il gioco del cerino: accettare il diktat, pagare gli anticipi al buio e scaricare l’intero azzardo sul prezzo finale del ticket. Il cantante incassa prima, il rischio si scarica a valle, e a prendere la sberla sul conto corrente è, come sempre, il fan.







