L’ultimo suo menu? Friggitelli, mortadella piastrata e gambero rosa. Pollo, shiso e uova di salmone. Pasta con limone e more ghiacciate. Mascarpone e frutti rossi. E uno dei suoi piatti forti: il maiale vongolato, con capocollo cotto ventiquattr’ore, tamarindo, maggiorana, fondo di ossa, salsa di vongole e quella libertà un po’ spavalda di mettere insieme terra e mare senza chiedere permesso. Marco Casaburi, barese, 37 anni, sembra aver costruito a Milano proprio questo: un luogo in cui il ristorante viene smontato e rimontato a modo suo.

D’altra parte il segreto era già nel suo cognome: «Casa Buri», nata a fine ottobre dentro Teatro7 Lab, nel quartiere Isola, è una creatura piccola e anomala; un solo tavolone, venti coperti, cucina a vista, apertura solo nei weekend, cinque portate uguali per tutti, nessun menu da sfogliare, nessuna carta dei vini, nessun turno che ti spinge verso l’uscita. «Ho fatto tutto il contrario dei ristoranti», racconta Marco. «Ho tolto il menu, ed eliminato i turni. Si inizia alle 20.30 e poi la fine la decretano quelli che stanno al tavolo». L’olio proviene da Foggia e anche il vino è sottratto alla liturgia della scelta: bianco o rosso, da una piccola cantina trentina, con etichetta personalizzata. All You Can Drink.