MILANO Ha lasciato per sempre il carcere di Bollate attorno alle dieci e mezza di ieri mattina, dove è rientrato dopo la notte trascorsa all'esterno grazie a un permesso, giusto il tempo necessario per firmare i documenti e raccogliere gli effetti personali. Dopo dieci anni e mezzo di reclusione l'orizzonte di Alberto Stasi cambia prospettiva: meno regole da rispettare e maggiore libertà di movimento, basta notti in cella e autobus davanti alla casa circondariale con il quale ogni giorno andava a lavorare a Milano. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto la richiesta di affidamento in prova per il quarantaduenne, condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi. Emozionato, un po' confuso dal turbinio di emozioni. «Qual è il suo stato d'animo? Sapete com'è riservato. Questo riguarda la sua sfera intima, non potrei trasferire esattamente quello che prova», dice il suo avvocato Antonio De Rensis.

CONDOTTA IRREPRENSIBILE Per i giudici il comportamento tenuto da Stasi «non difetta di maturità e consapevolezza, estraneo a contesti, logiche e subculture schiettamente criminali». Inoltre «ha accettato la condanna che ritiene ingiusta». L'udienza che gli ha cambiato la vita si è svolta alle quattro e mezza di venerdì pomeriggio, quando la lista degli altri casi da discutere era stata smaltita da un paio d'ore e l'ultimo affrontato riguardava la presa d'atto della grazia a Nicole Minetti. Il Tribunale si è riservato, la decisione è arrivata a stretto giro: ieri alle nove è stato depositato il provvedimento che accoglie l'istanza presentata dai legali di Stasi, subito trasmessa all'istituto di pena. Rapide le formalità burocratiche e altrettanto l'uscita di Stasi. Ha salutato gli altri detenuti, il personale carcerario e il direttore Giorgio Leggieri, ha raccolto i vestiti e gli oggetti che aveva con sé in tre valigie lasciando a chi resta un ventilatore e un piccolo frigorifero, ha voltato pagina. È rientrato a casa, che non è più a Garlasco dove non tornerà, e la prima persona che ha riabbracciato è stata la madre Elisabetta Ligabò, protetta fino all'ultimo e tenuta all'oscuro dell'udienza alla Sorveglianza. Decisive, nel parere dei giudici, sono state proprio le relazioni «positive» stilate dagli operatori e dai responsabili dell'area educativa del carcere che hanno rimarcato il comportamento irreprensibile di Stasi a Bollate, la sua condotta corretta e puntuale sul lavoro nell'ambito del regime di semilibertà concesso nel 2025 e il fatto che abbia sempre rispettato le regole. Aspetti evidenziati anche dalla sostituta pg Valeria Marino, che in udienza ha espresso parere favorevole all'affidamento in prova mettendo in luce altri due elementi contenuti nei rapporti periodici inviati dagli esperti della casa circondariale: pur continuando a rivendicare la propria innocenza, anche prima che la Procura di Pavia riaprisse le indagini, «ha accettato la condanna» e sta risarcendo la famiglia Poggi con prelievi mensili dalla sua busta paga tenendo fede all'accordo transattivo stipulato. Sintetizza il presidente della Sorveglianza di Milano Marcello Bortolato: «In tutti i casi la valutazione per la concessione dell'affidamento è fatta esclusivamente sugli atti di osservazione e sui comportamenti dentro e fuori dal carcere e tenendo conto dei pareri degli organi competenti. Non è automatico, altrimenti il beneficio verrebbe concesso a tutti i detenuti che hanno meno di quattro anni da scontare». LE PRESCRIZIONI Il fine pena per Stasi scatterà nel 2028, ora è fuori dal carcere ma non è un uomo libero perché l'affidamento in prova può essere revocato se il condannato non rispetta le indicazioni dei giudici. Vige l'obbligo di residenza, l'impegno in un'attività lavorativa, formativa o di volontariato. Deve anche presentarsi periodicamente presso i servizi sociali o le autorità competenti per verificare il rispetto delle prescrizioni. In ogni caso per lui si avvicina sempre più l'istanza di revisione del processo per l'omicidio di Chiara Poggi alla quale stanno lavorando i legali e sollecitata alla procuratrice generale Francesca Nanni e all'avvocato generale Lucilla Tontodonati dai pm di Pavia. Che, con l'avviso di chiusura indagini, hanno inviato gli atti dell'inchiesta riaperta un anno fa: a commettere il delitto, sostengono, non è stato Alberto Stasi ma Andrea Sempio.