Ci sono titoli azzeccatissimi derivati da una individuazione precisa dell’oggetto del libro, magari già eredi di una specie di tradizione orale (o sia pure un tamtam di pochi felici) e destinati a permanere nella tradizione anche scritta, senza più essere ricondotti a un autore. Per farla breve, Il gran lombardo di Giulio Cattaneo è uno di questi titoli: diventato, per Gadda, una sorta di epiteto omerico, quasi scippato all’autore – nel capitolo XVII del gran romanzo da Gadda venerato – di «quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello».

Del suo libro non appartenente a nessun genere, Il gran lombardo appunto, Cattaneo, dopo qualche scampolo in rivista, diede due edizioni, la prima delle quali (1973, da Garzanti) recava una squillante fascetta gialla recitante «gli anni romani di Carlo Emilio Gadda»; la seconda (1991, da Einaudi), assorbiva pari pari la fascetta in quarta di copertina, dove si dichiarava la nuova «versione più ampia e completa» della precedente. Sempre la «quarta» einaudiana definiva l’opera come «sapiente montaggio di citazioni». Ecco qua, Cattaneo aveva prodotto un’opera di montaggio su quanto di Gadda aveva memorizzato a partire dagli anni di vicinanza in via Asiago 10, la gloriosa sede romana della Radio italiana, ovvero dal 1950, quando entrambi vi arrivarono: Gadda cinquantasettenne con la mediazione di Giovanni Battista Angioletti; Cattaneo venticinquenne con la mediazione di Leone Piccioni.