Fra underdog e «feccia» il passo è breve anzi brevissimo. Sono la stessa faccia della stessa medaglia, al netto del pulpito che impone diverse impostazioni. Chi sgomita per ascendere può permettersi toni proibiti a chi governa. E sfrutta il vantaggio come meglio gli riesce. A Roberto Vannacci riesce piuttosto bene e anche per questo non va preso sottogamba.

Senza i servizi della stampa nemica che lo ha creato dal nulla (con nemici simili a cosa serviranno mai gli amici), senza l’inetto Salvini che si è fatto usare come un taxi, il generale nemmeno esisterebbe.

Ma ora che, senza gran merito, si trova al posto giusto nel momento giusto può sfruttare a piacimento due costanti entrambe redditizie.

Quella in cui si accomoda la destra estrema dal 1922 a oggi: il vittimismo protervo di quelli a cui le donne non vogliono più bene. Ma anche quella che in Italia, dal 1987 a oggi, gonfia le vele di chiunque si proponga come campione del rancore antisistema. Lista lunga che conta tra i sedicenti sfigati anche un miliardario e la seconda piazzata tra i ministri più giovani della Repubblica. Poveri reietti.

Vannacci sfrutta entrambe le leggende come aveva fatto prima di lui la leader di Fratelli d’Italia, copiandola sin nei particolari.