Aperture economiche a Cuba. Porte spalancate ai “nuovi attori”, stranieri e privati, pronti all’assalto di alberghi e altri immobili. Meno barriere burocratiche e riduzione del numero dei ministeri, da ventisette a venti. L’apparato statale si prepara a una “ristrutturazione profonda”, annuncia il leader Miguel Díaz-Canel ai media statali – tra cui la testata del Partito comunista Granma – promettendo istituzioni “più dinamiche, con maggiore capacità di adattamento alle esigenze proprie dei tempi attuali”.

L’Avana abbandona i controlli ferrei sul mercato delle valute – un tempo fiore all’occhiello della propria sovranità monetaria – per agevolare investimenti e produttività. Si parla anche di “conti in valuta estera” nelle banche per l’Impresa statale socialista. Al via anche la concessione di terre, come anticipato da ilfattoquotidiano.it, per “coloro che davvero possano farla produrre”, affinché “diminuisca l’indice di terreni oziosi” nell’Isola. È quindi Perestrojka, “ristrutturazione” vera e propria, forzata dallo strangolamento Usa. “Ogni opportunità, in mezzo alla crisi, dev’essere colta al balzo, come un momento di partenza e di crescita”, ha sostenuto Díaz-Canel citando il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro. “Non possiamo prescindere dalla creatività che, insieme all’unità del nostro popolo e alla volontà, ci potrà far superare le sfide attuali”. L’orgoglio però resta. “Gli Stati Uniti non si perdonano che, a questo punto, con tutta la massima pressione esercitata, la rivoluzione esista ancora e il Paese funzioni lo stesso. Neppure loro credono al racconto dello Stato fallito, che tirano sempre fuori”, ha rivendicato Díaz-Canel.