Da “Autobiografia erotica di Aristide Gambía” (2011) a “Confidenza” (2019), passando per “Lacci” (2014) e varie altre pagine sparse, come pochi altri scrittori italiani contemporanei Domenico Starnone ha saputo e sa sviscerare le trappole, le insidie e le delizie amorose delle coppie, siano esse ufficiali o clandestine. Come pochi, ha raccontato e racconta attrazione e sentimento nel gioco funambolico che li lega, un gioco scandito e composto da parossismi, ambivalenze, fratture e ricomposizioni. La relazione a due, ovvero le gesta e i rovesci di matrimoni e altre unioni, Starnone ce li restituisce con sarcasmo lucido e raffinato, magnifica ironia, magistrale abilità narrativa. Lo rinconferma il meccanismo perfetto che regola l’ultimo libro, “Destinazione errata” (2025). Così, una breve riflessione e ricognizione sul sentimento d’amore non può che cercare lui come interlocutore d’eccezione, generoso nel rispondere a domande formulate e rivolte a distanza (via email), nella miglior tradizione dello schema “indiretto” dei romanzi di Starnone a tema sentimentale.Si discetta sull’amore, lo si vuole inserire in grandi teorie “sistematiche”. A me pare solo che innamorarsi sia sempre più raro, e che si pensa all’innamoramento come a una prestazione, più che a qualcosa che ci accade di rado e felicemente ci travolge. La lettura (entusiasmante) del tuo ultimo romanzo Destinazione errata mi conferma questa idea di “prestazione”. Per un fatale iniziale malinteso, ecco che il protagonista si lascia irretire … da chi, da cosa? Siamo agiti, o siamo attori di quella commedia che l’amore sa essere?«I racconti non sono mappe ben disegnate, ma combinazione di suggestioni. Le parole stesse non ci aiutano. Dentro “amore” e “innamoramento” ficchiamo di tutto, dal tripudio riproduttivo della primavera a “sei il mio amore”, a “Gesù è amore”. Ma stiamo a “Destinazione errata”: ho preso una coppia di non ancora quarantenni, classe media colta, felice secondo i parametri odierni dei rotocalchi, e ho esposto in particolare il personaggio maschile a uno spintone occasionale verso l’adulterio. Ho eliminato di proposito giustificazioni passionali, e forse per questo tu usi il termine “prestazione”. Ma se stai all’avanzare del racconto, parlare di prestazione diventa ancora più fondato per le due famigliole che metto in scena. Lì in effetti si fa con dignitosa professionalità il lavoro di amante, marito, moglie, padre, madre. Più è affinata la prestazione professionale, meglio all’apparenza funzionano coppia e famiglia».Ovvero, mi dice che non c’è amore, ma una buona recita dell’amore?«No, l’amore c’è, ma nella sua versione addomesticata: una buona combinazione di affetto e gentilezza, insieme a fatica per guadagnarsi da vivere, crescere i figli, mettersi alla prova nel mondo. Ha turbato qualche lettrice e lettore la facilità con cui queste coppie mettono crepe. Ma come? Basta un messaggio inviato alla persona sbagliata per mandare tutto per aria? Che razza di persone superficiali sono queste? In realtà quello volevo raccontare: strutture – la coppia, la famiglia – che sono sempre più fragili, tanto che basta un gesto distratto per mandare tutto all’aria».Parla a un certo punto di “equivocità strutturale dei rapporti umani” e di “giochi del caso che è impossibile non giocare fino in fondo”. Quella equivocità strutturale, che liberazione capirla. Una volta data per acquisita, ha senso pensare l’amore come una scommessa – con il tempo, con la sorte, con l’Altro – o come una sfida che arriva da fuori, nostro malgrado, e che è giocoforza accettare?«“Scommessa”, “sfida” sono parole della nostra reattività. Come tutti, ho scommesso su una X con cui avevo scelto di vivere in permanente stato di benessere finché la morte non ci avesse separato; come tutti, ho accettato la sfida quando una Y ha fatto irruzione causandomi un nuovo stato di benessere a cui mi è sembrato di non poter mai più rinunciare. L’anima si tormenta, lo spirito è forte, c’è una tradizione letteraria sui dolori e i trionfi d’amore. Io faccio a meno di “anima” e “spirito” da oltre sessant’anni, e per quanto è possibile mi attengo alla materialità della coscienza, ma questo non mi ha impedito di amare dimenticandomi del tutto di serotonina, dopamina e non so che altro. La potenza micidiale dell’amore è radicata nella carne, e nella carne ci viviamo le nostre sfide e le nostre scommesse, credendo di trionfare o di soccombere se assecondiamo o contrastiamo le sue necessità e urgenze».Insomma, possiamo scommettere quanto vogliamo sulla durata della coppia, sul gemellaggio delle anime, eccetera, ma contro gli ormoni c’è poco da fare.«Grosso modo, sì, è così; ma devo dire che dei processi elettrochimici dei nostri organismi non so niente, mi interessa quel che ci inventiamo per autogovernarci. Una mossa furba della nostra contemporaneità mi pare ben segnalata dalla formula: “fare sesso”. La soddisfazione del desiderio sessuale è stata scorporata dall’amore, considerato più elevato e impegnativo. In parallelo però l’espressione “fare l’amore” ha perso terreno. Suona ormai sdolcinata, sembra da benpensanti, è rétro. Se è vero che prima il sesso, almeno in teoria, sugellava un legame duraturo, è comprensibile che tu dica: quasi non ci si innamora più. Il sesso ora è sentito come una salutare ginnastica che pretende solo attrazione e piacere. Innamorarsi sul serio è visto come cosa disincarnata, un incontro di anime con un che di spirituale, eccetera. In napoletano, per esempio, si usava “fare l’amore” per il periodo più o meno casto del fidanzamento, che era un esplorarsi, un affiatarsi: per il sesso c’era altro lessico».Parla di innamorarsi e aggiunge: “sul serio”. Perché?«A voler eccedere si potrebbe dire che, una volta svincolato dal sesso, l’amore oggi è diventato lessico zuccheroso siglato da cuoricini in fondo ai messaggi telefonici. Si riesce ancora a percepire la potenza abbacinante e angosciosa dell’ossimoro di Saffo: l’amore è una belva dolceamara? Non lo so, e perciò mi viene da dire: “innamorarsi sul serio”. Se si bada a quanto oggi le coppie usano il “ti amo” come fosse un ciao, a come ci si chiama “amore” un migliaio di volte al giorno, l’amore non sembra significare più granché».L’amore intensamente vissuto allora non può essere che belva, e belva dolceamara?«Immagino di sì. Nella vita di ogni giorno l’altro seguita a portare graditissimi doni che però potrebbero annientarci. Siamo tutti Pandora, maschi e femmine, gli uni per gli altri. Il bello e il brutto dell’amore vero, non addomesticato, è una gioia pura che convive con questo rischio permanente. Forse abbiamo tirato via dalla carne e ridotto a melassa l’amore per neutralizzare il tremendo che veicola. Allora è meglio mettere da parte “amore” e “amare” – oggi, da vecchio, sono su questa linea – e usare il bellissimo “ti voglio bene”, che significa: qualsiasi cosa accada, ricordati che voglio il tuo bene e seguiterò a volerlo».Mi è capitato di sentir argomentare che ci innamoriamo solo in condizioni di grande vulnerabilità, che l’innamoramento altro non sarebbe se non una forma di “esaurimento nervoso”. Ipotesi che non considera quella che lei chiama “la gioia dello sconfinamento”. Anche senza parlare di amore adultero come accade in “Destinazione errata”, l’innamorarsi (altra cosa dall’unirsi per vivere insieme la vita) possiamo pensarlo come un felice infrangere barriere, come uno tra i più rivoluzionari dei gesti possibili?«Ma sì. Solo che non basta innamorarsi. Posso innamorarmi e tuttavia non essere corrisposto. È il consenso che cancella i confini, è l’accordo, la concordia, il “sì”. In questo senso la gioia che sperimentano due persone quando ciascuno gioisce con tutto se stesso del sì dell’altro, e le distanze convenzionali si dissolvono, è un po’ il riassunto di ciò che potrebbe essere l’esistenza su questo pianeta se noi animali supponenti consentissimo a cancellare ogni confine».Ne “L’umanità è un tirocinio” scrive che la vecchiaia è “massima dissennatezza”. Come, dalla prospettiva di questa dissennatezza, si ripensa alle dissennatezze d’amore? Come si ripensa all’amore, ai propri amori? Con indulgenza, rimpianti, un sorriso pacificato, una risata liberatoria perché certi tormenti sono lontani e uno non ci tornerebbe mai?«Devo ammettere a questo punto che parlare d’amore, a ottantatré anni, mi ha messo abbastanza a disagio. Il rischio è fare la figura di Lisidamo, il vecchio della commedia Casina di Plauto, il “senex amans” che perde la testa per la giovanissima Casina e si mette in ridicolo. La vecchiaia è allentamento dei freni inibitori, la vita è agli sgoccioli, si esagera quasi senza accorgersene, il ridicolo è sempre dietro l’angolo. Ho pensato a un certo punto di dirle: non so niente e non mi ricordo più niente. Invece no: forse non so niente, ma mi ricordo tutto. Ho scritto un paio di decenni fa un libro a cui tengo, “Autobiografia erotica di Aristide Gambìa”. Racconta la travagliata educazione e rieducazione sessuale di un maschio nato agli inizi degli anni quaranta del Novecento. Non ho nessuna indulgenza nei miei confronti e nei confronti della mia generazione. Come tutte le generazioni abbiamo fatto cose buone e numerosi disastri senza rimedio. Ma se anche gli anni si accumulano, non riusciamo a dimenticare che l’amore trasforma il fiele in miele e l’umor nero in gioia di vivere. E ne vogliamo ancora e ancora. Poi naturalmente il fiele è sempre lì, più robusto che mai, e anche la malinconia. Ma quel che conta è essere stati pienamente vivi».
Eros e altri azzardi - Colloquio con Domenico Starnone
“La potenza micidiale dell’amore è radicata nella carne, e nella carne viviamo le nostre sfide e scommesse”. La vulnerabilità delle coppie, la passione, la vecc







