L’imprevedibilità del desiderio, l’appetito del cibo e quello dell’amore. Variabili che scavano nell’animo, e che Domenico Starnone sa indagare nei suoi romanzi, viaggi introspettivi nelle coscienze applicati alla quotidianità dell’essere umano.

Starnone, l’imprevedibilità del desiderio è una teoria applicabile anche al cibo?

“Devo premettere che cucino pochissimo e non sono un buongustaio. Quando penso al cibo non è la parola ‘desiderio’ che mi viene immediatamente in mente, ma ‘appetito’, che è una necessità, un’urgenza, uno slancio verso la prima cosa commestibile che riesco a trovare”.

Esiste però una chimica dell’amore, esiste la chimica nella e della cucina: ci sono similitudini secondo lei?

“È probabile. Gli ormoni che ci spingono, mettiamo, verso Maria, i segnali chimici che ci generano entusiasmo al solo vederla, forse sono gli stessi – parlo in modo decisamente antiromantico – che ci attivano di fronte alla pasta e fagioli con le cotiche come la faceva mia nonna Nannina settant’anni fa. L’appetito sessuale e quello indotto dal cibo sono affini. Il desiderio forse è un po’ più complicato. Cresce in assenza, è stimolato dall’immaginazione. Ma perché no, anche il desiderio, se si attiva, si attiva con la stessa chimica, sia per la persona amata che per la pizza margherita”.