Ciao Sofia,

di seguito trovi la mia non storia, uno dei grandi mali del nostro tempo, quella sensazione causata da persone che ti fanno passare la voglia prima ancora di cominciare. In siciliano «u passa pitittu», qualcuno che ti fa passare l’appetito, la voglia, la curiosità. Nel mio caso è un uomo di 33 anni che di lavoro fa il cuoco, anzi lo chef executive per un ristorante stellato di Londra, dove abitiamo entrambi. Galeotta fu una trasmissione di cucina molto in voga qui. Rimango colpita dai suoi occhi scuri: bellissimi per me, a pesce lesso per le mie amiche. Comincio a seguirlo su Facebook, di tanto in tanto commento le sue stories a base di arrosti, vini pazzeschi e animelle. Lui ogni tanto mi risponde. Passano gli anni e le sue risposte sono sempre più frequenti: cortese, sintetico, mai viscido. Mi sembra un uomo intelligente e interessante. Uno che come me ha messo ricordi, affetti e sapori di casa dentro una valigia e li ha portati in giro per il mondo. Nel frattempo la vita reale prosegue: mi innamoro, vado a convivere, mi lascio. Poi l’estate scorsa, 5 anni dopo la trasmissione televisiva e dopo il mio ennesimo «prima o poi verrò a trovarti al ristorante» seguito dal suo solito «ti aspetto», gli scrivo che se gli va potremmo vederci per un caffè. Lui risponde entusiasta, purtroppo siamo entrambi in partenza. Tutto rimandato. Nel frattempo continuiamo a scriverci ma lui non si sbottona mai. Non mette nulla di suo alla conversazione, non si racconta. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarci altre tre volte ma lui mi ha avvisato sempre all’ultimo di non potere e io non stravolgo i miei piani per vedere uno sconosciuto che c’è se viene interpellato senza darmi un vero motivo per restare «sulla cosa». Persino i neurochirurghi trovano il modo di farti venire l’acqualina in bocca. Lui invece è sempre stringato ed ermetico. Sembra la descrizione di Ungaretti. Io, invece, sono una persona curiosa e conviviale, che ha pensato che dall’altra parte dello schermo ci fosse un uomo con lo stesso spirito. Invece c’era solo un «passa pitittu», il colmo per un cuoco. Adesso che non ho più l’acqualina in bocca non gli scrivo più. Ma se penso a quegli occhi spero che torni a Londra e mi contatti per invitarmi finalmente a cena.