Si può assaporare l’autenticità? La domanda, solo in apparenza semplice, racchiude una delle questioni più profonde della contemporaneità gastronomica. Autentico è ciò che ha un’origine, un volto, una storia riconoscibile. È ciò che non si maschera, che parla di un territorio e delle mani che lo hanno creato. In un tempo in cui tutto è replicabile, il cibo resta un ancoraggio concreto, un modo per riappropriarsi di sé. La ricerca di autenticità attraversa le cucine, i mercati, le scelte quotidiane di chi compra e di chi crea tra i fornelli, diventando una forma di resistenza culturale. Di questo si è parlato a Bologna, a Palazzo Re Enzo, durante il talk “Autenticità da assaporare” con tre voci distinte ma complementari: l’antropologo Marino Niola, il personal chef Leonardo Perisse e Giuseppe Zuliani, direttore customer marketing e comunicazione di Conad.

Festival Gusto 2025. Autenticità da assaporare

Un incontro pensato per dare spessore a una parola logora di abusi e slogan, restituendole il suo peso originario. Niola ha aperto il confronto ricordando che la parola autentico deriva dal greco “autentes”, colui che fa da sé, e che quindi porta in sé l’idea di qualcosa nato in un luogo, capace di raccontarlo. Ha spiegato che la domanda di autenticità cresce in un mondo dominato dall’incertezza: “Gli italiani cercano prodotti genuini e tracciabili come antidoto alla paura e alla diffidenza. Quando controlliamo ciò che mettiamo nel piatto, cerchiamo di controllare anche ciò che accade fuori da noi”. Da questa tensione nasce un consumatore più esigente, più consapevole, che costruisce il proprio sapere alimentare in modo autonomo, attraverso gesti quotidiani di scelta e fiducia. Un passaggio che apre alla visione di Zuliani, per il quale l’autenticità ha anche un prezzo, spesso il suo tallone d’Achille.