«È così difficile parlare d’amore» – scriveva Vitaliano Trevisan in Tristissimi giardini. Nel raccogliere questa implicita sfida, Paolo Sortino sceglie una strada radicale: il suo ultimo romanzo, Amanti elementari (Einaudi, pp. 128, euro 16,50) mette in scena – dell’incontro amoroso – la genesi, risalendo fino a quell’epoca di passaggio in cui cominciano a comparire, negli ominidi, le tracce della coscienza. La dimensione liminale in cui si situa il racconto è quella che Heidegger descrive come una nicchia ambientale che comincia a diventare mondo, ossia a indurre gli uomini a entrare in una relazione con quanto li circonda, invece di limitarsi a catturare quegli stimoli le cui risposte innestano comportamenti finalizzati alla mera sopravvivenza.

Proprio le tre parole che Heidegger mette a sottotitolo dei suoi Concetti fondamentali della metafisica indicano le tre dimensioni Mondo, finitezza, solitudine, proprie solo di quella forma di esistenza che, a differenza della vita animale povera di mondo, sarebbe in grado di formare il mondo. A queste tre parole si rifanno le scoperte del protagonista della decisamente perturbante storia d’amore inventata da Sortino: l’ominide di cui si parla è infatti un disadattato, incapace di cacciare, impacciato e sgraziato nei movimenti, dunque malvisto dal branco: non solo in quanto inefficace rispetto alle funzioni che la gerarchia sociale gli assegna, ma anche perché, nella sua goffaggine, espone l’intera comunità al pericolo. Per questo – ovvero per il suo malfunzionamento, per il suo essere unfit rispetto alle strutture che il tempo ha congegnato per garantire la sopravvivenza – viene punito e abbandonato.