Nel suo ultimo saggio Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno, edito da Einaudi Stile Libero (pp.216, euro 18), il filosofo Emanuele Coccia sostiene che l’amore, per l’importanza che ha nelle nostre esistenze, inaudita in passato, sia l’elemento che dà forma alla modernità. La sua tesi si fonda principalmente su una concezione dell’amore come «forza produttiva e non un semplice affetto», che non rivolgiamo solo alle persone ma anche alle cose, ed è allora che l’amore diventa «proprietà». Inoltre, per Coccia è anche «la nostra attività quotidiana volta a trasformare ciò che ci circonda», quindi quel che chiamiamo molto più comunemente «lavoro».
Colpisce qui, tra le altre cose, che ciò che si tende a considerare come inconoscibile fino in fondo, certamente indefinibile, appunto l’amore, trovi in questo testo addirittura molteplici definizioni: «l’amore è la vita oggettiva del desiderio: l’esistenza di un’intenzione diventata realtà».
LA CURA di questo desiderio, quindi l’amore, poi si trasforma in «potere» per il filosofo, che in una pagina decisamente interessante in cui devia brevemente la sua analisi passando dall’amore al concetto di «bene», nota come nell’epoca contemporanea sia vigente la convinzione per cui il bene coincide con «la critica», come se per annientare il male bastasse opporsi alle ingiustizie del mondo a parole, secondo una sorta di «esorcismo» intellettuale.






