È quel dito che si muove in modo isterico, da destra a sinistra. Che dice «no, non è vero». Gli occhi della giovane donna sembrano in preda a un’allucinazione, spalancati verso il vuoto che apre la perdita di un figlio. Morto ammazzato a Gaza. Il viso dalla pelle chiara è racchiuso in un velo arancione. Il marito, che è dietro di lei, la abbraccia e prova a contenere il suo dolore, le risistema il foulard, come per proteggere la dignità della donna.Il viso deformato di una delle decine di migliaia (ripeto, decine di migliaia!) di madri che devono seppellire i propri figli è lo specchio nostro. Ed è ineludibile. Bisogna precipitarci dentro, sino in fondo, se non vogliamo mettere in pratica ciò che denuncia da anni Judith Butler. Che ci siano vite degne e vite “indegne di lutto”. «Quali vite sono già considerate non-vite, o solo parzialmente viventi, o già morte e perdute, ancora prima di qualsiasi esplicita distruzione o abbandono?».Così è per i palestinesi, per le loro “vite solo parzialmente viventi”. Solo così si spiega la protervia di alcuni tra noi. Intellettuali. E non serve fare i nomi perché i nomi sono ben di più di quelli che hanno riempito, fin troppo, pensieri e pagine di giornale. È determinante, invece, comprendere perché noi non siamo capaci di assumerci il lutto delle vite di Gaza. E trasformare le nostre, di esistenze.C’è qui, proprio qui, in quel dolore non riconosciuto da alcuni, rifiutato come un piccolo fastidio che rovina le giornate e gli status culturali, il nodo della questione intellettuale in Italia. L’incapacità di assorbire, elaborare, accettare che questo genocidio è nostro, in quanto complici di Israele. E che questo sterminio dobbiamo assumerlo come il nostro lutto. Non possiamo essere ciechi da non vederlo, e non essere irrimediabilmente cambiati. In un prima e un dopo.Il rifiuto iniziale di riconoscere lo sterminio in atto dei palestinesi è comprensibile. Mai, però, giustificabile. Significa accettare che la nostra vita è stata trasformata per sempre. E che i paradigmi su cui abbiamo costruito anche le nostre gabbie culturali, di valori e di assiomi politici, sono saltati. Tutti. Che assumono senso diverso parole piene e dense come dolore, diritti, libertà, violenza, distruzione delle città, ignavia, protervia, impunità, crudeltà, arroganza, regole.Comprendere che siamo irriconoscibili, rispetto al prima del 7 ottobre, significa entrare in una terra nuova e incognita. Certo! Terra distrutta come distrutta è Gaza. Ma non è questo che fa di noi – intellettuali – strumenti per disegnare il mondo smembrato, nelle cui pieghe c’è una nuova postura, quella inaccettabile e, da tutta un’altra parte, redenta da tanto marciume?Se così non è, per alcuni, per alcune tra noi, significa che stiamo assistendo a un nuovo “tradimento dei chierici” dopo quello di un secolo fa. Proprio un secolo fa, all’incirca, se prendiamo le mosse dal pamphlet che Julien Benda pubblicò nel 1927. Anche allora, gli intellettuali non avevano avuto risposte degne della potenza dei tempi crudeli. Era in corso la faglia profondissima della nostra storia europea, tra fascismo, militarismo, riarmo in ascesa. Ricorda qualcosa? Nelle crisi, intellettuali, artisti, umanisti si sono sempre spaccati tra chi si immergeva nel mondo e riusciva a farsi impregnare dalla realtà. E gli altri. Tutti gli altri. Gli indifferenti. Gli esecutori dei poteri considerati in auge. I silenziosi. I vigliacchi. Il calice, però, è qui di fronte a noi. E chi pensa di non doverlo bere è già fuori dalla storia.
Palestina, il lutto cambia ogni cosa
Le reazioni alle parole di Erri De Luca suscitano una riflessione su paradigmi e valori. Su come raccontare questo mondo smembrato. E su intellettuali, esecutor









