Antonluca Cuoco
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Viviamo in una società sempre più nervosa, polarizzata e moralmente isterica. Non si confuta un argomento: si mette sotto processo chi lo pronuncia. Le polemiche nate attorno alle recenti dichiarazioni di Erri De Luca su Israele, Gaza e il significato della parola “genocidio” sono l’ennesimo sintomo di un clima culturale tossico. Si può dissentire da lui. Si può considerare la sua lettura storica insufficiente.
Ma una domanda resta: davvero la risposta a una posizione su un tema controverso deve essere la richiesta implicita di silenzio e ostracismo? Dare spazio di parola ad Erri De Luca non equivale necessariamente a sottoscrivere ciò che dice. Ragionare sulle parole dello scrittore oggi, non significa assolvere ogni azione del governo pro tempore di Israele, dove a breve si tornerà liberamente a votare, al contrario di quanto accade nei regimi attorno in Medio Oriente.
Si tratta di segnalare che, un invito già accettato ed annunciato, di un festival sostenuto dagli enti pubblici, viene trasformato con una proposta di natura diversa, solo ed esclusivamente per alcune idee sostenute dallo scrittore in contesti del tutto differenti. Viviamo dentro un tempo che confonde il dissenso con la colpa morale. Il problema nasce quando la critica smette di interrogare gli argomenti e comincia a lavorare sulla legittimità stessa della parola. È una distinzione decisiva. Erri De Luca conosce il rapporto conflittuale della parola in pubblico. In passato fu processato per le sue affermazioni – per chi scrive completamente errate – sulla Tav, in un caso che aprì un dibattito sul confine tra opinione e istigazione.











