Maria Elvira Calderone, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ieri ospite del «Forum in Masseria», dopo la tragedia di Amendolara la piaga del caporalato continua a nutrire le cronache. Pensiamo al bracciante che, nel Brindisino, ha denunciato il suo presunto caporale. Che fase stiamo attraversando?
«La notizia dell’arresto di un caporale dopo la denuncia ha in parte alleggerito il senso di oppressione che tutti noi abbiamo provato guardando le immagini di Amendolara. Ha però aumentato il senso di urgenza dell’azione. Quel bracciante, grazie alle modifiche al Testo Unico Immigrazione del 2024, sarà tutelato legalmente ed economicamente: riceverà l’assegno di inclusione e un accompagnamento personalizzato al lavoro. Senza quel nostro intervento forse racconteremmo una storia diversa. Ma è condivisa la consapevolezza che il fenomeno del caporalato cambia e si fa se possibile più insidioso: si nasconde sotto una parvenza di legalità oppure diventa violento e disumano, fino a esiti che, mi permetta di dirlo, avrei preferito considerare inimmaginabili».
Sono passati dieci anni dall’introduzione della legge contro il caporalato. Cosa non ha funzionato?
«I buoni propositi, soprattutto in un tempo così lungo, hanno bisogno di trovare coerenza nell’azione, monitoraggio dell’efficacia e aggiustamenti costanti. Il caporalato di dieci anni fa non è quello di oggi. Sicuramente serve essere chiari sulla necessità di lavorare in sinergia e in piena trasparenza: la frammentazione delle azioni crea spazi che non possiamo permetterci. Per questo lavoriamo in ottica di multi-agenzia, a partire dalla vigilanza, utilizziamo la tecnologia (dai droni alla condivisione delle informazioni nelle banche dati dei diversi enti), ci avvaliamo dei mediatori culturali per parlare “la stessa lingua” di persone che, magari, vivono in comunità chiuse»...
















