Quella cartella clinica conteneva una narrazione falsa. Una ricostruzione che serviva a tutelare l’immagine e la reputazione del chirurgo, non certo il rispetto della verità dei fatti. Una ricostruzione sostenuta nel corso dei mesi da una «condotta prevaricatrice», se non addirittura «intimidatrice», nei confronti di colleghi e infermieri, salvo però mantenere la consegna del silenzio nei confronti dei genitori del piccolo assistito. È questa la convinzione che ha spinto il gip Mariano Sorrentino a disporre l’interdizione dalla professione medica per il cardiochirurgo Guido Oppido e della sua vice Emma Bergonzoni, rispettivamente per dodici e sette mesi. Una svolta nel corso dell’inchiesta condotta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, dopo una doppia operazione di espianto-trapianto avvenuta al Monaldi lo scorso 23 dicembre.

IL RETROSCENA Falso è l’accusa che sta alla base della interdizione al termine delle indagini dei carabinieri del Nas, sotto il coordinamento del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci. In sintesi, nel referto operatorio sarebbe stato inserita una tempistica non vera, «anteponendo gli interessi personali all’esigenza di accertamento della verità». Ma qual è il punto? Torniamo al 23 dicembre, quando al Monaldi arriva l’equipe con il cuore donato a Bolzano. È un cuore morto, danneggiato dall’uso scellerato di ghiaccio secco da parte di personale incompetente a Bolzano. Eppure viene comunque realizzato il trapianto, rendendo poi necessario l’allacciamento all’Ecmo, fino alla morte del piccolo il 21 febbraio.Morte Domenico Caliendo: interdetti dalla professione medica Oppido e BergonzoniEppure, secondo il referto medico, non ci sono dubbi: l’espianto del cuore nativo di Domenico sarebbe avvenuto in simultanea con l’analisi del cuore in arrivo da Bolzano. Diversa la ricostruzione offerta dal gip, alla luce delle testimonianze di medici e infermieri, ma anche dell’analisi di un video del cuore pulsante espiantato a Domenico. Dati che attestano un dato su tutti: l’organo nativo del piccolo venne tolto in anticipo, prima che nessuno dei componenti dello staff si accorgesse che il cuore donato era ghiacciato. Nelle 74 pagine della misura interdittiva, si fissano anche alcuni punti destinati ad entrare nel filone principale di questa storia, quella legata all’omicidio colposo (che vede sette medici indagati, tra cui gli stessi Oppido e Bergonzoni).LA TEMPISTICA È il punto legato agli orari: il bimbo viene sottoposto alla circolazione extracorporea (14,02) e il momento del «clampaggio aortico» propedeutico alla cardiectomia (14,18), che dà inizio al momento irreversibile dell’espianto. La telefonata con la quale l’equipe giunta da Bolzano avvisa di essere nei pressi dell’ospedale, è delle 14,20, come relazionato dalla Polizia stradale; intorno alle 14.34, il video mostra il cuore pulsante del piccolo Domenico, quando - a giudicare dalle voci di sottofondo - nessuno ha ancora compreso il dramma del cuore ghiacciato. E nessuno ovviamente aveva lanciato l’allarme. Soddisfatto per questo provvedimento l’avvocato Francesco Petruzzi, che assiste Antonio e Patrizia Caliendo, genitori del bimbo: «Per la prima volta viene sancito il comportamento doloso tenuto dai due medici, è stato applicato il massimo della pena previsto, siamo fiduciosi per la tenuta della misura dinanzi al Riesame». Diversa la valutazione dei penalisti che assistono Oppido, vale a dire gli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, pronti a impugnare il provvedimento dinanzi al Riesame. Sia Oppido che Bergonzoni (assistita dal docente Vincenzo Maiello) hanno sempre insistito su un punto: si lavorava sul filo dei minuti, colleghi e infermieri non hanno lanciato l’allarme.Anzi: in un faccia a faccia, Oppido sostiene di aver ricevuto rassicurazioni dalla collega Gabriella Farina in arrivo da Bolzano. Ed è sempre Oppido a sostenere di «aver sentito una risposta affermativa in merito alle condizioni del cuore donato, prima di dare inizio all’espianto». Ma restiamo alle conclusioni del gip: «Un evento felice per il bambino e la sua famiglia si è trasformato in un insuccesso medico concluso in un lutto, in un evento indefinibile». C’è stato un falso, che era - secondo il giudice - «orientato ad anteporre gli interessi personali all’esigenza di accertamento di una intera collettività ferita, a partire dai familiari di Domenico che avevano diritto di avere completa conoscenza degli eventi», così come i familiari del piccolo donatore del cuore. È lo stesso giudice a ricordare che nella prima denuncia dei familiari, quella dell’undici gennaio, i due genitori chiedevano di conoscere cosa non avesse funzionato nell’operazione del 23 dicembre, «pur confidando nella preparazione e nel lavoro dei medici napoletani».LA RIUNIONE Anche quanto è avvenuto nelle riunioni successive all’interno del Monaldi viene puntualmente stigmatizzato da parte del gip Sorrentino: al cardiochirurgo si contesta anche di essersi rivolto con toni minacciosi nei confronti degli infermieri, «definiti con toni aggressivi e intimidatori», al punto tale da strumentalizzare la propria «posizione di preminenza gerarchica occupata nel reparto». Un quadro che va inserito in un discorso più ampio. Come è noto, è in corso un accertamento irripetibile per definire le responsabilità di quanto accaduto sull’asse Napoli-Bolzano. Ci sono sei medici indagati (tutti napoletani), oltre alla responsabile della formazione, per il mancato utilizzo dei contenitori di nuova generazione che avrebbero impedito l’errore del trabocco di ghiaccio sintetico. Un errore commesso a Bolzano, su cui la Procura di Napoli non ha inteso svolgere approfondimenti investigativi. Chi ha riversato il ghiaccio sintetico non è indagato. Sono sotto accusa anche i due medici in missione a Bolzano, tra cui la cardiochirurga Graziella Farina (difesa dai penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi), che si è sempre affidata a una metafora: ho chiesto del ghiaccio, mi hanno dato ghiaccio sintetico; è come ricevere varichina in un bicchiere d’acqua chiesto al bar. Intanto, ieri passa la linea dell’accusa, c’è l’interdizione per quanto scritto in una cartella clinica finalizzata a tutelare se stessi, non la verità dei fatti o la propria deontologia.