Quanta lungimiranza in quel titolo Buono pulito e giusto (Carlo Petrini, Einaudi 2005). Queste tre dimensioni sono entrate in crisi tutte insieme: non sono disgiunte, sono correlate. Ed è proprio nel disgiungerle e volerle affrontare separatamente che l’approccio riduzionista del secolo scorso mostra le sue fragilità.
Buono pulito e giusto è la nostra definizione di cibo di qualità e racchiude in sé la dimensione esistenziale del piacere e della bellezza (il buono), quella dell’armonia con la Terra Madre (il pulito) e quella della giustizia sociale (il giusto). Quindi evitiamo di insistere nell’errore di spezzettare la complessità globale e cadere nella retorica.
Molta retorica si è sprecata per raccontare quello che è accaduto ad Amendolara: ascrivendolo a fatto isolato. Accusando gli esecutori materiali, che certo devono pagare per quel che hanno fatto. Definendo i braccianti sfruttati “gli invisibili”, “la massa silenziosa”. Ma non sono né invisibili né silenziosi. Sono migliaia di persone: invisibili solo se non si vogliono vedere, silenziose solo se non si vogliono sentire.
Quello che è accaduto ad Amendolara è persino innominabile, perché un livello di orrore a cui è difficile pensare, la mente vacilla: eppure i loro nomi devono essere menzionati, i nomi di quattro esseri umani, quattro giovani uomini con la loro esistenza, un miracolo unico e irripetibile, a cui è stato dato fuoco. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Safi Iayjad, 27. Amin Fazal Khogjani, 28 anni. Waseem Khan, 29.








