L'Editoriale
Venerdì 12 Giugno 2026
MONDO. Tra nucleare e Stretto di Hormuz, resta da capire quali siano i reali termini dell’accordo.
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E con questa, se diamo retta a chi si è accollato il duro compito di tenere i conti, siamo a 39. Trentanove volte in cui, in poco più di due mesi di scontro con l’Iran, Donald Trump ha dato per prossimo un accordo. La svalutazione delle promesse trumpiane è ormai superiore a quella del dollaro (a proposito: inflazione al 4,2% negli Usa) e a questo punto è difficile continuare a pensare che si tratti di una particolare tattica negoziale. Viene più spontaneo pensare che, semplicemente, con il mal calcolato attacco all’Iran la Casa Bianca si sia cacciata in un ginepraio da cui non riesce più a venire fuori. Potrebbe provare a farlo a suon di bombe, aprendo però le porte non solo a una guerra totale ma anche a una potenziale crisi energetica ed economica globale tale da compromettere i Paesi con cui gli Usa hanno tessuto la loro rete di alleanze internazionali. E se in questo gran pasticcio c’è una cosa chiara, è che ogni volta ci si avvicina a tale prospettiva, una lunga serie di capi di Stato e di Governo prende il telefono e supplica Trump di ripensarci. Lui stesso, giovedì 11 giugno, nell’annunciare il 39° prossimo accordo, ha nominato Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Bahrein, Giordania, nazioni vicine all’Iran (o a Israele, che sarebbe ovviamente coinvolto) e che non vogliono finire in una guerra che non hanno mai desiderato e che non corrisponde ai loro interessi.













