In vista della Giornata mondiale del donatore di sangue, Francesco Carugi, presidente del gruppo Emoderivati di Farmindustria, spiega il ruolo strategico del plasma, la sfida dell’autosufficienza italiana e l’importanza dei farmaci plasmaderivati per la sicurezza sanitaria
Se il valore della donazione viene spesso associato alle emergenze e alle trasfusioni, una parte rilevante del plasma raccolto è destinata alla produzione di medicinali plasmaderivati, terapie essenziali per migliaia di pazienti affetti da malattie rare, immunodeficienze, disturbi della coagulazione e altre patologie croniche o ad alta complessità assistenziale.
In occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue, abbiamo intervistato Francesco Carugi, presidente del gruppo Emoderivati di Farmindustria, sul ruolo strategico del plasma e dei farmaci plasmaderivati, sulla crescente domanda globale e sulla necessità di rafforzare la sicurezza della filiera italiana ed europea.
Dottor Carugi, quando si parla di donazione del sangue si pensa soprattutto all’emergenza. In realtà il plasma è fondamentale anche per la disponibilità di terapie salvavita. Perché?
Perché dal plasma derivano farmaci essenziali e spesso insostituibili. Pochi sanno che circa l’80% del sangue o plasma donato viene utilizzato per produrre plasmaderivati (il resto ha un uso clinico) e solo una quota minoritaria serve alla gestione delle emergenze. Il plasma contiene proteine fondamentali – come, ad esempio, immunoglobuline, albumina, fattori della coagulazione – che, attraverso processi industriali molto complessi, vengono trasformate in terapie per malattie rare di origine genetica (immunodeficienze primarie, emofilia, angioedema ereditario, deficit di alfa-1 antitripsina, ecc.), complicanze di gravi patologie neurologiche e oncoematologiche, infezioni batteriche e infezioni virali che complicano i trapianti. In molti casi non esistono alternative terapeutiche.













