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Gianna Fregonara e Orsola Riva
Pubblicato il rapporto annuale del consorzio delle università: aumenta l'occupazione a cinque anni dal titolo. I divari territoriali e di retribuzione
Poco meno di due studenti su tre riescono a laurearsi senza andare fuori corso, la quasi totalità è contenta di quello che ha scelto di studiare e, quando è ora di entrare nel mondo del lavoro, i laureati del 2025 hanno le idee più chiare dei loro colleghi più vecchi: non sono disposti ad accettare lavori che considerano sottopagati e sono anche più restii ad accettare offerte di lavoro che non corrispondono al titolo di studio e alle discipline in cui si sono specializzati: una condizione quest'ultima che affligge ancora un laureato su tre (il 39,4 per cento tra quelli di primo livello e il 32,5 di quelli magistrali). A meno che non si tratti di un «figlio d'arte», come capita soprattutto fra medici, avvocati e notai e più n generale nelle libere professioni: in quel caso la coerenza con gli studi svolti è quasi assicurata, segno di quanto ancora contino le reti familiari per un atterraggio morbido nel mondo del lavoro. La musica, però, pian piano sta cambiando. Mentre dieci anni fa quasi il 90 per cento avrebbe accettato comunque un impiego in un settore diverso, oggi sono disposti a farlo solo tre su quattro: la quota di chi rifiuterebbe un lavoro non coerente con il percorso di studi è salita del 10,8 per cento.













