A giugno si chiude la stagione del Pnrr, e arriva la domanda che conta: che cosa abbiamo costruito. Il governo risponde con i numeri della cassa – 166 miliardi ricevuti, l’85% delle risorse – e con una formula: il passaggio “dalla logica della spesa alla cultura delle riforme”. La realtà è più sobria. Il Financial Times ha bocciato il Piano sul terreno che conta, quello degli effetti: gli obiettivi sono stati ridimensionati, alcune modifiche si sono rivelate peggiorative e l’economia del Paese resta stagnante. Intanto il debito è salito dal 134% del 2023 al 137% di fine 2025, e l’Italia si avvia a superare la Grecia per il rapporto debito-Pil più alto dell’eurozona.
Il problema non è quanto si è speso. È che cosa si è trasformato. In tre anni e mezzo non c’è stata una riforma che abbia toccato la struttura del Paese: non il mercato del lavoro, non la scuola e la formazione, non il welfare – proprio mentre la rivoluzione tecnologica rende urgente ripensarli tutti. Lo ha ricordato, da un altro pulpito, anche papa Leone XIV: la sua “Magnifica Humanitas” avverte che l’intelligenza artificiale può disumanizzare il lavoro se nessuno la governa. Il governo non l’ha governata: l’ha lasciata accadere.








