Molte delle 1.715 Case di comunità, programmate per offrire assistenza sette giorni su sette e per almeno 12 ore al giorno, rischiano di restare scatole vuote anche con il “piano B” del governo. Quello che, pur rinunciando alla riforma complessiva dell’assistenza territoriale pensata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, e sostenuta dalle Regioni, obbligherebbe i medici di famiglia a lavorare almeno 6 ore a settimana nelle nuove strutture.
Questo perché, restando liberi professionisti convenzionati, non potrebbero essere destinati dalle Asl a quelle strutture oggi prive di personale, ma fuori dall’ambito territoriale nel quale il medico ha ottenuto l’incarico. Cosa invece possibile qualora il medico di famiglia avesse un contratto di dipendenza. Ipotesi contro la quale sono insorti, avendola vinta, sia i sindacati di categoria che ampi spezzoni dei partiti di governo. Mentre, paradossalmente, la riforma e il doppio canale convenzione-dipendenza sono stati sostenuti fino all’ultimo dal fronte compatto dei governatori di centrodestra. «Sulle Case di comunità siamo pronti a fare la nostra parte e a individuare soluzioni negoziali entro le scadenze previste dal Pnrr» ha detto ieri la Federazione italiana dei medici di famiglia.














