Il ministro Schillaci ha fatto marcia indietro sulla riforma della medicina generale. Dietro l’alzata di scudi dei sindacati dei medici si intravede la difesa di uno status quo che mette a rischio non solo le Case della comunità, ma il futuro dello stesso Ssn.
Una Casa della comunità che non si riesce a costruire
Se ne parla da decenni, ha coinvolto numerosi ministri della Salute – l’idea di Case della salute arriva con Livia Turco, vent’anni fa -, ma la riforma della sanità territoriale in Italia continua ad essere un rebus irrisolvibile. Anche questa volta, alla fine, Orazio Schillaci ha dovuto gettare la spugna di fronte a una delle corporazioni più forti del nostro paese, quella dei “medici di famiglia”, che si sono messi di traverso alla riforma prospettata dal ministro minacciando uno sciopero della categoria.
Perché è ormai arcinoto che una riforma della medicina generale (e, più in generale, della sanità territoriale) sia indispensabile, anche ai politici che stanno in Parlamento: la transizione demografica (l’aumento della quota di anziani sul totale della popolazione), accompagnata alla transizione epidemiologica (l’aumento delle malattie croniche, dai malanni cardiovascolari ai tumori) richiede un mutamento della struttura dell’offerta pubblica, meno centrata sull’ospedale e più su quell’insieme di servizi territoriali che spesso mischiano sanità e assistenza sociale.














