Sono a rischio due miliardi destinati alle Case di comunità da parte del Pnrr. Anche se qualcuno teme che si possa perdere l'intero finanziamento dai sei miliardi nella Missione, sempre finanziato dal Recovery per la sanità del territorio. Soprattutto, fa notare il ministro Orazio Schillaci, sono a rischio «le esigenze della sanità del Terzo millennio». Il titolare del dicastero della Salute non vuole soccombere nel braccio di ferro politico e sindacale - che coinvolge anche pezzi trasversali della maggioranza con Lega e Forza Italia più esposti - scoppiato nelle ultime ore sulla riforma della sanità territoriale. Ufficialmente l'ex rettore dell'Università Tor Vergata si mostra conciliante e tiene bassi i toni. Ma sul merito non indietreggia: «Sono convinto che sulle Case di comunità troveremo una quadra», ha scandito in occasione della Festa dell'Innovazione del Foglio a Venezia.

La riforma è molto ambiziosa, quanto i numeri previsti: 1.715 strutture da mettere a regime entro la fine del 2026, secondo i dati Agenas. Un'operazione che punta a fare delle Case di comunità il cuore del nuovo sistema e dei medici di famiglia il «motore» di presidi capaci di offrire servizi a tempo pieno (h12 o h24), alleggerendo così la pressione e il cronico sovraffollamento dei Pronto soccorso. Per farlo, il ministero ha previsto un meccanismo a «Case canale»: i medici di medicina generale potranno scegliere se mantenere il classico rapporto convenzionato o passare alla dipendenza dal Servizio Sanitario Nazionale per le funzioni più strutturate dentro le nuove mura. Una soluzione che dovrebbe consentire al Servizio sanitario nazionale di contare su una presenza più stabile dei medici di famiglia nelle nuove strutture territoriali, senza cancellare del tutto il rapporto convenzionale.Schillaci, infatti, ha rivendicato che l'obiettivo della riforma è garantire «a un'Italia che invecchia» e con maggiore domanda di assistenza «team multidisciplinari che operino all'interno delle Case di comunità. E i medici di medicina generale sono il perno. Conoscendo meglio di tutti i pazienti possono indicare le migliori strategie terapeutiche, possono indicare ai pazienti le migliori scelte, possono giocare un ruolo fondamentale proprio nella prevenzione». Soprattutto nel contrasto alle malattie croniche. In questa direzione diventa impellente «non intasare i pronto soccorso quando magari ci sono delle attività che possono essere svolte in altre situazioni sanitarie».Per tutto questo Schillaci sostiene che «il focus non è il contratto dei medici di medicina generale». Anche se parti della politica sono riuscite a boicottare la riforma proprio grazie alla rivolta scatenata da tutti rappresentanti del settore (l'Ordine, i sindacati, le casse) su questo punto. Infatti non dovrebbero essere modificati sostanzialmente gli equilibri, anche finanziari, all'interno di questi enti ed organismi rispetto allo status quo con il doppio canale di reclutamento per i medici: cioè la possibilità di mantenere con il servizio sanitario un rapporto di lavoro convenzionato oppure diventare suoi dipendenti a tutti gli effetti. Su questo fronte il ministro ha ricordato anche che la medicina generale, per come oggi è struttura, è meno attrattiva per i giovani laureati, visto che questa professione è spesso associata all'isolamento professionale e a una mole insostenibile di adempimenti burocratici solitari.Per chi sceglierà il canale della dipendenza, la remunerazione seguirà i parametri classici del contratto collettivo nazionale del comparto sanità, con uno stipendio fisso tabellare legato al ruolo e all'anzianità. Per i medici che decideranno di restare convenzionati, invece, la struttura della remunerazione viene rivista: accanto alla tradizionale quota fissa per ogni assistito (la cosiddetta quota capitaria), viene potenziata una quota variabile legata al raggiungimento di specifici obiettivi di salute, all'effettiva partecipazione al lavoro nelle équipe multidisciplinari e all'erogazione di prestazioni di diagnostica di primo livello direttamente all'interno delle Case di comunità.A METÀ A Schillaci ora il compito di "trovare una quadra" con la parte più innovativa, e meno attaccata alle rendite di posizione, dei rappresentanti dei medici. Come ha spiegato Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell'università La Statale di Milano, il rischio «non è fermare la riforma della medicina territoriale», quanto «realizzarla solo a metà. Perché senza personale, risorse e una guida politica chiara, le nuove strutture resteranno incapaci di garantire i servizi attesi da cittadini e pazienti».