Carmen di George Bizet in scena in questi giorni al Teatro alla Scala è uno spettacolo paradossale: godibilissimo e inattendibile, drammaturgicamente fulmineo e filologicamente sconnesso. La ragione del paradosso è nella scelta del direttore Myung-Whun Chung e del regista Damiano Michieletto di tagliare tutte le sezioni parlate tipiche dell’opéra comique, il genere in cui inscrive Carmen. Quelle sezioni, che nella tradizione italiana si chiamerebbero recitativi secchi, contengono dialoghi che fanno procedere l’azione, costruiscono la psicologia dei personaggi, motivano le loro scelte e soprattutto trasferiscono una grande quantità di dettagli che proiettano l’opera in direzione di un realismo a tratti assai crudo. Se per il pubblico contemporaneo quei dialoghi sono lunghi e a tratti noiosi, una volta che sono stati eliminati, l’azione si sfilaccia, l’ingresso in scena dei personaggi appare gratuito, le loro azioni improvvise e l’insieme acquista il carattere survoltato e gratuito della fiaba o del vecchio mélodrame. L’effetto paradosso è che, tolte le pause parlate, le musiche di Bizet, sentite come un continuum, acquistano una fluidità d’insieme e di rimando una coerenza che nell’allestimento filologico resterebbero in secondo piano. A questo si aggiunga che la direzione di Chung compie il miracolo di restituire a questa partitura, spesso appesantita da effettismi e da una ricerca del torbido sensuale a tutti i costi, la leggerezza e l’ironia che la caratterizzano: a parte qualche clamore e i tempi staccati sempre sostenuti, il direttore cesella i suoni valorizzando le preziosità armoniche e l’inventiva melodica di Bizet e creando un equilibrio raro tra buca e scena.
Tra dramma e paradosso Carmen finisce nel Far West | il manifesto
(Visioni) Carmen di George Bizet in scena in questi giorni al Teatro alla Scala è uno spettacolo paradossale: godibilissimo e inattendibile, drammaturgicamente fulmineo e filologicamente sconnesso. La ragione del paradosso è nella scelta del direttore Myung-Whun Chung e del regista Damiano Michieletto di tagliare tutte le sezioni parlate tipiche dell’opéra comique, il genere in cui inscrive









