Parto da “Carmen”, e parto da un paradosso che dura da centocinquant’anni. L’opera che oggi i compilatori di classifiche giurano essere con “La traviata” la più rappresentata al mondo, quando andò in scena all’Opéra-Comique di Parigi il 3 marzo 1875, ebbe un’accoglienza freddina, che ferì profondamente Bizet, morto tre mesi dopo appena trentaseienne. Eppure contò ben quarantotto repliche, giovandosi paradossalmente della fama di spettacolo “indecente”. Ma va detto con forza: la coazione a vedere in Carmen una “fille” fu una reazione difensiva, tipicamente borghese, che nell’opera non ha alcun riscontro. Carmen non si vende mai. È una donna libera, ed è questo il vero scandalo: «Jamais Carmen ne cédera, libre elle est née et libre elle mourra». Tengo a mente questo verso lungo tutta la serata, perché è la spina dorsale di tutto, e perché la grande questione di questa recita sarà proprio se quella libertà arrivi o no alla ribalta.C’è poi qualcosa che, da spettatore, dopo tante Carmen continuo a sentire come la sua vera modernità: un realismo che è prima di tutto teatrale, una musica che sembra nascere dentro l’azione, sulla scena, come canto vero dei personaggi più che come commento dall’esterno. È una temperatura, più che una teoria, ed è esattamente ciò che dal palcoscenico può arrivare o non arrivare. Per questo è un po’ doloroso che oggi anche le edizioni più filologiche taglino a man bassa proprio le parti parlate, da cui quella teatralità dipende, mentre la musicologia lavora da tempo per risalire alle intenzioni di Bizet.
Carmen e Nabucodonosor alla Scala, come un passaggio di consegne (di M. Bernardini)
Due appuntamenti che chiudono e aprono un’epoca: la prima replica della nuova “Carmen” affidata a Myung-Whun Chung, che da dicembre diventerà direttore musical…








