Le cifre promesse dagli organizzatori parlano di turismo, investimenti e indotto. Ma nei quartieri delle città messicane, il conto lo pagano prima di tutto i corpi più esposti. Come quelli delle lavoratrici sessuali: trasporti interrotti, affitti raddoppiati, hotel inaccessibili, angoli di lavoro cancellati. La riqualificazione, qui, somiglia a una pulizia sociale. Per Elvira, il fenomeno è direttamente legato alle speculazioni che accompagnano questo grande evento. «Il Mondiale sta agitando le mafie».

CON TRE MONDIALI IN BACHECA – 1970, 1986 e 2026 – il Messico dovrebbe conoscere le regole del gioco. Quando entrano però in campo le grandi opere, a essere espulsi sono sempre gli stessi. «Durante le retate mi trascinavano sulle colline e mi trattenevano in commissariato per 36 o 72 ore, senza cibo. Per la polizia ero il bersaglio perfetto: indigena náhuatl, non parlavo ancora castigliano», racconta Manflora, nome che rivendica la sua identità transgender.

Anche Elvira descrive un sistema profondamente discriminatorio. È tra le fondatrici di Brigada Callejera, organizzazione nata durante una ricerca di sociologia sulla tratta e la prostituzione condotta dal professor Francisco Gómez Jara. «Se un ubriaco urinava in strada assava una notte in commissariato. Per una lavoratrice sessuale, invece, erano 15 giorni di detenzione e 1.500 pesos messicani di multa, circa 74,50 euro».