«Prima dello sgombero, la mia famiglia viveva in via República de Cuba n°11 da settantacinque anni, così come molte altre. In totale sono stati sgomberati 19 appartamenti e chiusi 8 locali commerciali, compreso il mio», racconta Jorge Gómez, elettricista messicano e, oggi, uno dei portavoce delle famiglie che continuano a vivere tra tende e teloni dell’accampamento improvvisato davanti allo stabile da cui sono stati sfrattati, nel centro storico di Città del Messico.
Quanto accaduto non è un episodio isolato, ma il riflesso delle trasformazioni urbane che stanno attraversando la capitale messicana in vista dei Mondiali di calcio 2026: «È a tutti gli effetti un esproprio mascherato da sfratto. Con l’avvicinarsi dell’evento, la città si prepara a fare spazio al turismo e agli investimenti immobiliari», aggiunge Gómez.
GLI EX RESIDENTI della palazzina sono lavoratori, studenti e adolescenti che fino a ieri, conducevano una vita normale. «Sia chiaro: siamo tutti regolari. Siamo cittadini messicani che hanno sempre pagato l’affitto e le utenze», racconta Jorge, mostrando le bollette conservate negli anni e lo storico contratto di locazione risalente agli anni Settanta.
L’esproprio dello stabile di via República de Cuba 11 è diventato, dal 2025, uno dei simboli più evidenti della speculazione legata ai grandi eventi internazionali, un processo che, in un contesto fragile e segnato da vuoti amministrativi come quello messicano, trova terreno fertile per espandersi rapidamente. A poche settimane dal fischio d’inizio, la capitale si prepara ad accogliere tifosi, investitori e flussi turistici sempre più consistenti, alimentando una crescente pressione immobiliare nelle aree centrali della città.







