Prostituzione in Calabria, business da 150 milioni: «Un silenzioso stupro di massa». Lo sfruttamento di cittadini stranieri dai campi alla strada.
È alto, altissimo, il muro di ipocrisia eretto attorno al fenomeno della prostituzione. Talmente alto che, guardarci dentro, dà nausea e vertigini. Francesco Di Lieto, che del Codacons è vicepresidente nazionale e presidente regionale, lo dimostra con dati, numeri e conti alla mano. «A livello nazionale – spiega – il mercato della prostituzione muove consumi per ben 4,8 miliardi di euro… parliamo di quasi 5 miliardi. Questi dati sono così rigorosi che l’Istat utilizza proprio le indagini e i campionamenti del Codacons come fonte ufficiale per calcolare il peso dell’economia sommersa all’interno del Pil. Il nostro Ufficio Studi ci è arrivato incrociando tre pilastri investigativi: la mappatura costante degli annunci sul web, il monitoraggio fisico delle strade e l’analisi dei flussi finanziari medi. Lo Stato, da parte sua, conosce talmente bene questo business da aver persino istituito un codice Ateco specifico per i servizi sessuali».
L’IPOCRISIA DELLO STATO SUI BILANCI E SULLA TRATTA
E qui emerge la prima immensa ipocrisia di Stato: «I governi (tutti) usano questi miliardi sporchi per gonfiare artificialmente il Pil nazionale al solo scopo di far quadrare i bilanci e mostrare i muscoli davanti a Bruxelles. Lo Stato mette a bilancio i soldi della tratta per far tornare i conti pubblici e poi abbandona le ragazze nelle mani dei clan». La riduzione in schiavitù di migliaia di donne straniere, quindi, e l’esibizione sistematica della mercificazione del corpo umano lungo le nostre strade e nelle nostre città sembra non possano più essere liquidate come un’abitudine o una normale fatalità a cui rassegnarsi.







