Il generale sciorina luoghi comuni come se fossero verità rivelate. Così normalizza un lessico inquinato. Sfoderando il vittimismo del «non si può più dire niente». L’antidoto alla sua propaganda? È faticoso e poco televisivo…

La comunicazione del generale Roberto Vannacci è talmente rozza da raggiungere vertici paradossali di raffinatezza: è una comunicazione insidiosa perché si basa sull’affermare ovvietà facendole sembrare verità rivelate. Dice cose che una parte consistente della popolazione pensa già, ma le dice con la voce di chi rivendica il diritto di farlo: come se i luoghi comuni che sciorina non li ascoltassimo tutti i giorni, al bar sotto casa, e lui fosse il primo a strillarli. E ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione col debutto del leader di Futuro nazionale nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a Otto e mezzo su La7.

Un fantomatico bavaglio a quelle verità che lui non ha paura a sbandierare

Nella retorica classica si chiama “parresìa“, il “dire tutto”, il coraggio di essere l’unico a osare. Ma la parresìa di Vannacci è solo simulata: non rivela nulla che già non sappiamo, è una messinscena della rivelazione. Michel Foucault, che alla parresìa ha dedicato gli ultimi corsi al Collège de France, la definisce come l’atto di chi mette a rischio qualcosa dicendo la verità in faccia al potere, restio ad accettarla. Vannacci fa esattamente l’inverso: dice al popolo ciò che il popolo già sa, fingendo di sfidare un potere che, secondo lui, metterebbe il bavaglio a quelle verità che lui non ha paura a sbandierare.