Roberto Vannacci è una novità politica anche per i giornalisti, che non sempre riescono a smontarne la retorica. Le sue dichiarazioni appaiono aberranti a chi non lo voterebbe mai, ma risultano comprensibili e persuasive per una parte dell’elettorato di destra, già abituata alle felpe, ai rosari e agli elenchi di Matteo Salvini, o al vittimismo identitario di Giorgia Meloni. Da generale, Vannacci applica alla comunicazione politica una lezione elementare de “L’arte della guerra” di Sun Tzu: «L’invincibilità dipende da noi. La vulnerabilità del nemico dipende dai suoi sbagli». Per questo motivo prepara risposte ordinate, piene di analogie quotidiane, che fanno sembrare logiche anche proposte discutibili. Quando qualcuno prova a mostrare che il ragionamento non regge, Vannacci fa due cose: ripete la stessa frase con sicurezza oppure fa una domanda al giornalista. In questo modo non deve più spiegare il suo ragionamento: costringe l’altro a giustificarsi, prendendo tempo prezioso.
Lo si è visto a “Otto e mezzo”, su La7, quando Lilli Gruber gli ha contestato i dati sui rimpatri attribuiti all’amministrazione Trump. «Non le piacciono questi dati? Ne ha altri? A lei piacciono i clandestini?». Non è la prima volta. Alla domanda di un giornalista sul 25 aprile, la festa della Liberazione dal nazifascismo, Vannacci rispose con una controdomanda: «Io festeggio San Marco, lei cosa festeggia?».









