Le liste d’attesa si confermano il principale ostacolo alle cure in tutta Italia nel 2025, a testimoniare che la “legge Schillaci” voluta dal ministro della Salute proprio per contrastare il fenomeno - che ha tra i suoi effetti più “perversi” il ricorso del cittadino al privato e quindi al portafoglio - non è ancora a regime malgrado gli ultimi passi avanti rilevati dalla Piattaforma Agenas in 16 Regioni. A rilanciare il tema è l’ultimo Rapporto del Pit Salute - che festeggia 30anni di attività e il 14 giugno, “Giornata per i diritti del malato” sarà in 60 piazze - presentato da Cittadinanzattiva proprio nella sede del ministero. Secondo il Report 2026, l’anno scorso quasi un cittadino su due, degli oltre 14mila che si sono rivolti all’associazione, ha denunciato il mancato accesso alle prestazioni sanitarie pubbliche: nel 62,2% dei casi per tempi d’attesa troppo lunghi rispetto ai codici di priorità, ma anche a causa di agende chiuse o bloccate o di difficoltà a contattare i Cup (37,2%), e nello 0,6% di situazioni per il ricorso all’intramoenia che non tutti possono permettersi.
Dalle Regioni via al nuovo Piano anti-liste
La doccia fredda arriva proprio nel giorno in cui la Conferenza Stato-Regioni raggiunge l’intesa sul Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa (Pngla) 2026-2028. Un Piano che “si prefigge di migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie, ridurre i tempi di attesa, garantire cure di qualità e assicurare ai cittadini servizi più omogenei in tutte le Regioni”. Alla luce degli obiettivi fissati, le Regioni sottolineano l’importanza che sia garantito un confronto costante sia con Agenas (l’Agenzia per i servizi sanitari regionali) sia con il ministero della Salute, sia per “verificare la congruità delle risorse economiche che saranno necessarie per l’attuazione del Piano, data la clausola di invarianza finanziaria inserita”, sia per “accertarsi dell’adeguatezza delle misure che saranno messe in atto per migliorare l’appropriatezza prescrittiva”.









