Landon Donovan aveva dodici anni quando entrò al Rose Bowl di Pasadena per la partita Argentina-Romania del Mondiale Usa ‘94. Madre insegnante, padre ex hockeista uscito presto di scena, il calcio come unica ossessione. Per il ragazzino cresciuto giocando per strada, fu un sogno. Novanta minuti di ispirazione, racconterà. È l’inizio della corsa del più grande calciatore americano della sua generazione. Trentadue anni dopo, nella World Cup destinata (secondo la Fifa) a essere la migliore di sempre, il rischio è che sugli spalti non ci sia più tanto spazio per bambini come lui.«I prezzi sono troppo alti», denuncia Kevin Baxter, firma del Los Angeles Times, tra le più autorevoli del giornalismo calcistico da questa parte dell’Oceano. «Per la finale i biglietti più cari arrivano a ottomila dollari», ci spiega. E per i pacchetti più esclusivi, la cifra lievita. «Quattro anni fa, in Qatar i più cari costavano 1.600 dollari. Oggi a Kansas City, una delle undici città protagoniste, si possono spendere anche 900 dollari per un parcheggio».Per questo da mesi, accanto all’attesa crescono le polemiche intorno al Mondiale dei record: 48 nazionali, 104 partite, sedici città ospitanti tra Stati Uniti, Canada e Messico. Il torneo è accusato di essere elitario. «C’è chi può spendere quelle cifre per un biglietto, ma non i tifosi del fine settimana, quelli per cui il calcio è passione», riflette Baxter.Secondo Fortune, l’edizione in corso (la prima sotto il marchio dell’attuale presidente della Fifa, Gianni Infantino, dopo quella qatariota ereditata) incasserà cifre da capogiro. I ricavi dovrebbero sfiorare gli 8,9 miliardi di dollari, quasi il doppio delle Olimpiadi di Parigi 2024. Nel tesoretto arriveranno 3,9 miliardi dai diritti televisivi, 3 miliardi da biglietti e hospitality, 1,8 miliardi dagli sponsor.A complicare il quadro c’è anche la gestione dei ticket. Newsweek, riporta che a fine maggio dal portale della Fifa sarebbero evaporate 44 mila disponibilità, mentre quantità analoghe comparivano su piattaforme di rivendita. Alcuni analisti ipotizzano un trasferimento in blocco dell’invenduto verso il mercato secondario. Sintomo di un altro malanno: l’entusiasmo resta altissimo, ma vendita e prenotazioni alberghiere non seguono le aspettative.«La Fifa sta cercando di monetizzare più possibile, ma la sua avidità rischia di distruggere l’entusiasmo», attacca Baxter, ricordando un retroscena raccontatogli da Alan Rothenberg, che organizzò l’edizione Usa ‘94. «Propose di far pagare mille dollari per la finale, la prima in America, la gente avrebbe pagato. La Fifa rifiutò, bisognava tenere i biglietti accessibili ai tifosi normali». Un’altra differenza, continua, riguarda gli stadi: «La Federazione ha preso il controllo totale delle operazioni, dal parcheggio al cibo». Di certo da quando nel 2016 è approdato alla presidenza Infantino ha mantenuto la promessa di espansione. Nessuno mette in discussione la sua capacità di costruire un palcoscenico senza precedenti. Ha allargato la Coppa del Mondo e raddoppiato i ricavi dell’organizzazione che ama definire «fornitore ufficiale di felicità dell’umanità».Le critiche, però, riguardano la direzione della crescita; un modello sempre più orientato al business, funzionale anche a consolidare il consenso interno in vista delle elezioni del 2027. «Ha annunciato che si ricandiderà – dice ancora il reporter – E uno dei modi per assicurarsi consensi è raccogliere denaro e re-distribuirlo alle federazioni (211 membri con diritto di voto)».Il clima, dentro e fuori dagli stadi, è incandescente. Tra i più inquinanti di sempre, infatti, è anche il Mondiale tra i più esposti al surriscaldamento globale. La Fifa ha introdotto pause obbligatorie per idratarsi, ma il nodo resta. «Va riconosciuto che ha iniziato a pensare al futuro», ammette. Per le edizioni successive al 2030, infatti, è già sul tavolo l’ipotesi di giocare in primavera o in autunno.C’è poi il fronte politico, con il sodalizio Infantino-Trump. Non che il rapporto sia, in sé, un’anomalia: la macchina è troppo grande, troppo costosa, troppo esposta sul fronte della sicurezza per restare fuori dallo Studio Ovale.«Il presidente della Fifa è sempre stato vicino ai leader dei Paesi ospitanti. Ma oggi si muove in un contesto diverso. È molto più presente nella politica globale, dai colloqui di pace alle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario Internazionale», spiega Adam Beissel, professore associato di Sport Leadership and Management alla Miami University, in Ohio, che raggiungiamo all’indomani della partenza per la trasferta in cui seguirà le partite, raccogliendo dati sull’impatto dell’evento.«Il rapporto tra Infantino e Trump è in parte senza precedenti. Con Biden era più distante, l’amministrazione aveva chiamato la Fifa a rispondere di molte scelte legate all’organizzazione. Con il ritorno di Trump, invece, si è ricostruita una relazione molto stretta. Infantino era all’insediamento, è stato più volte alla Casa Bianca».Il necessario dialogo istituzionale è apparso spesso andare oltre. Dalla presenza al lancio del Board of Peace per Gaza, presentando un progetto calcistico da 75 milioni di dollari; alla creazione ad hoc del Fifa Peace Prize per il tycoon. «Sono due facce della stessa medaglia – osserva Beissel – Hanno leadership simili, guidano le loro organizzazioni, il governo e la Fifa, secondo una logica che mette in campo lealtà, obbedienza, rapporti con una cerchia ristretta di alleati».Nonostante più squadre, più partite, più pubblico davanti agli schermi, le politiche Fifa, però, rischiano di lasciare l’inclusione solo sul campo. «Nel 2025 Amnesty International ha registrato oltre 500mila detenzioni Ice (l’agenzia federale al centro della stretta trumpiana contro i migranti irregolari). Una minaccia concreta. Non solo per le tensioni sul territorio, ma anche perché c’è chi potrebbe non riuscire nemmeno a entrare negli Stati Uniti, con visti negati all’ultimo minuto», dice a L’Espresso Andrea Florence, direttrice esecutiva di Sport & Rights Alliance, coalizione che riunisce organizzazioni della società civile impegnate nella tutela dei diritti umani nello sport e contro la corruzione.Tra l’altro, per la prima volta, il Mondiale si gioca in un Paese in guerra. «Pensiamo a quanto possa essere difficile entrare per i tifosi iraniani, per i cittadini di Paesi sottoposti a restrizioni sui visti, come Senegal, Haiti e Costa d’Avorio». E le preoccupazioni riguardano finanche i giornalisti «visto che in dogana le autorità possono esaminare i profili social». La Fifa, continua Florence «ha la responsabilità di rispettare i diritti umani, per questo dovrebbe chiedere pubblicamente una tregua dell’Ice». Non solo vicino agli stadi, «nei watch party, dove i tifosi si riuniscono. Bisogna mantenere l’elemento mondo nell’espressione World Cup».In questa crepa si è inserito Zohran Mamdani, sindaco di New York e raro esempio di politico americano tifoso di calcio. Critico delle politiche migratorie di Trump e dei prezzi dinamici voluti dalla Fifa, ha negoziato mille biglietti a 50 dollari per i suoi concittadini: circa 150 posti a partita, distribuiti con sorteggio per le gare nell’area New York-New Jersey, finale esclusa. In un’intervista a The Athletic aveva denunciato come i prezzi senza precedenti fissati dalla Fifa rischiassero «di escludere proprio le persone che rendono il gioco così speciale». Una concessione simbolica, certo. Eppure in quella lotteria sopravvive qualcosa dell’idea originaria della Coppa: uno stadio dove possa ancora sedersi un bambino destinato, senza saperlo, a diventare il prossimo Donovan.
Il Mondiale più esclusivo di sempre, tra prezzi inaccessibili, visti negati e la minaccia dell'Ice
L’alleanza fra Trump e Infantino ha trasformato la competizione più seguita al mondo in uno spettacolo riservato a pochi












