C’è una questione settentrionale di cui si parla poco e che rischia di diventare una delle emergenze sociali più gravi dei prossimi anni. Riguarda la scuola e la crescente incapacità delle grandi città del Nord di trattenere i propri insegnanti.
Milano rappresenta il caso più eclatante e allarmante. Secondo alcune recenti proiezioni di Cisl Scuola, circa un docente su otto tra quelli oggi in servizio a Milano e provincia si trasferirà in altre regioni a partire dal prossimo anno scolastico. Parliamo di quasi mille insegnanti: 140 della scuola dell’infanzia, 334 della primaria, 236 delle medie e 240 delle superiori. Numeri già di per sé significativi, ai quali si aggiungono oltre cinquemila domande di mobilità che testimoniano un disagio diffuso e crescente.
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Non si tratta di un fenomeno nuovo. Da decenni il sistema scolastico italiano vive una sorta di pendolarismo professionale tra Sud e Nord. Molti insegnanti, una volta ottenuta l’immissione in ruolo lontano dalla propria regione di origine, cercano successivamente di rientrare.
Oggi però qualcosa è cambiato. Non c’è soltanto il desiderio di tornare a casa per ricongiungersi agli affetti e prendersi cura magari dei propri anziani, c’è l’impossibilità materiale anche per insegnanti residenti al Nord da decenni di sostenere il caro vita e la scelta obbligata di abbandonare le città dove avevano messo radici.









