Il Nord non è più attrattivo per ragazzi del Sud. C’è stato un tempo, molto lungo, in cui, per tanti giovani del Mezzogiorno, il Nord rappresentava la via quasi obbligata dell’ascesa sociale: studio, lavoro, carriera, stabilità. Questa geografia delle convenienze aveva una traiettoria abbastanza riconoscibile: si lasciava la provincia, la città del Sud e si cercava spazio a Milano o a Torino (e solo in parte a Roma, pur essendo la capitale). Non era una scelta indolore, ma era una scelta a volte desiderata, a volte fisiologica: si restava dentro il Paese, dentro una stessa lingua, dentro una promessa nazionale.

La nuova traiettoria Oggi quella traiettoria non è scomparsa, ma si è molto indebolita, non solo nei dati statistici, ma anche nel significato sociologico con cui ci accostiamo a questi nuovi numeri. Per una quota crescente di giovani meridionali, soprattutto laureati, il Nord non appare più automaticamente come il luogo della promozione. È spesso percepito come una tappa intermedia, di semplice passaggio, un’alternativa costosa, talvolta poco remunerativa rispetto al sacrificio richiesto. Davanti a salari non sempre adeguati, affitti elevati, precarietà professionale e distanza familiare, la scelta, dunque, per la prima volta, si radicalizza (o forse si esaspera): o si resta al Sud, provando a costruire qualcosa nel proprio territorio, oppure si salta direttamente la mediazione nazionale e si guarda all’estero.