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Ultimo aggiornamento: 8:41

A Milano si guadagna mediamente molto di più di qualsiasi altra città d’Italia, ma questo non basta per garantire una vita migliore a chi lavora nella metropoli. Anzi. Il carovita, legato innanzitutto ai costi abitativi, costringe sempre più lavoratrici e lavoratori ad assumere “comportamenti difensivi”, come vivere nell’hinterland, e aumenta le disuguaglianze. Senza considerare la sempre maggiore scarsità di dipendenti pubblici disposti a svolgere le proprie mansioni nel capoluogo, schiacciati da redditi che crescono con minore intensità rispetto al privato. Insegnanti, poliziotti, medici, perfino magistrati, sono sempre meno inclini ad accettare la seconda città più grande d’Italia come propria destinazione.

È questa la fotografia scattata dalla Camera del Lavoro metropolitana di Milano nel report Al lavoro, mentre in città aumentano le crisi aziendali e sono attualmente a rischio 800 posti di lavoro con problemi sia nell’industria manufatturiera – il 23 dicembre sono stati licenziati i 42 dipendenti di Freudenberg, che ha chiuso la sua fabbrica di Rho – che in settori tipici come il mondo della moda. Sfide di fronte alle quali il sindacato chiede maggiore contrattazione collettiva, anche a livello provinciale, e un intervento di Comune e Regione per abbassare la percentuale di stipendio che evapora tra spesa per la casa e sanitaria: “Siamo oltre il 50%”, fa di conto il segretario metropolitano della Cgil Luca Stanzione.